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Formia, la bomba e il dottor Stranamore

Al quinto giorno di impazzimento cittadino, al quinto giorno di un sole di maggio che spacca le pietre e ottunde i pensieri, alla comunità formiana mezza sfollata e mezza stordita non rimane che sedersi sulla riva del mare e fatalmente aspettare, fare i conti col Dottor Stranamore che è in ognuno di noi, quello che sotto sotto ci dice “come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”.

È una bomba di duecentocinquanta chili quella che sta bloccando in questi giorni la città di Formia e pure le strade del Golfo e pure la ferrovia tra Napoli e Roma, un ingombrante ordigno arrugginito lanciato dall’aviazione inglese nella seconda guerra mondiale, una spoletta a innesto chimico scoperta in un giardino di casa e che, nella fretta o nell’impaccio del giardiniere, s’è maledettamente staccata. Dicono gli esperti che da quel momento, convenzionalmente fissato alle 12 di martedì scorso, devono passare 144 ore. Solo dopo una settimana potranno intervenire gli artificieri a farla brillare sul posto, e guai a toccarla, si dice, altrimenti come in un perverso gioco dell’oca tocca ricominciare daccapo il conto alla rovescia delle 144 ore. E sempre calcolando la tremenda eventualità che la bomba non finisca per esplodere prima, per conto suo (“il rischio è elevatissimo”, dicono autorità ed esperti). Dunque nel frattempo: diecimila evacuati, strade e ferrovia bloccate, ordinanze a non finire, posti di blocco dall’aria militare, sindaci allarmati e turisti in fuga, navi bloccate in porto, negozi chiusi e negozianti arrabbiatissimi, alberghi requisiti e tendopoli per gli sfollati. E ci va di mezzo pure il santo patrono, un po’ tirato per la mantellina: lo si prega ardentemente nelle chiese,”Sant’Erasmo ferma la bomba”, oppure lo si invoca con spirito più pagano in Municipio per scongiurare l’annullamento della festa imminente, “Una bomba non fermerà Sant’Erasmo” e così sia, processioni, noccioline e tric trac nonostante tutto.

Ha gridato un ascoltatore ai microfoni di Radio Formia, nei giorni scorsi, “Basta, non ne possiamo più di sopportare quello che stiamo sopportando”, efficace riassunto di tutte le asprezze esistenziali di questi tempi, ma è ormai chiaro che quella della bomba non è solo una faccenda di logistica, viabilità interrotta e stato d’emergenza. La bomba di Formia è il teatro del grottesco che irrompe nella vita quotidiana, è il centro di gravità inaspettato tra l’essere e il non essere, tra la storia e la roulette delle sue conseguenze, tra il corpo della città e gli organi delle sue funzioni. La bomba è come il monolite di Odissea nella spazio, è come il Godot di Beckett, è come uno stralunato romanzo di Vonnegut. Le foto del ritrovamento dell’ordigno, nel paesaggio apparentemente innocuo di un giardino con la grondaia, le ortensie e gli alberelli di limone, andrebbero proiettate nelle scuole, basterebbero più di mille lezioni e commemorazioni di questo sessantesimo anniversario della fine del conflitto. Sono foto che ci fanno per un attimo sorridere e poi subito ammutolire. Un oggetto piccolo e modesto, una scatoletta arrugginita se messa al confronto con gli attuali e ipertecnologici strumenti di morte e di guerra. Gli storici e gli artificieri di ogni età verranno poi ad avvisarci delle loro ragioni, ma intanto eccola qui la guerra, in tutta la sua nuda assurdità. La guerra è una bomba nel giardino di casa.

Proprio come accade in questi giorni, sono la paura e la precauzione che spingono ad ansiose legislazioni d’emergenza, tali da ridurre una città viva e trafficata come Formia a un grande corpaccione spossato, anemico e assediato. Qualcuno intravede un nonsoché di poesia nelle immagini della sospensione magrittiana, dei rumori attutiti, dei corsi e delle superstrade che diventano budelli vuoti, coi nipoti che corrono a chiedere ai nonni com’era la guerra, e loro dov’erano quando cadevano le bombe, la Formia dei nonni come la Baghdad dei telegiornali. Ma dietro questo riquadro c’è pure il dramma delle evacuazioni, lo strazio degli appartamenti lasciati in fretta, la fuga affannata e le ronde contro gli sciacalli, e pure quei nonni che la loro casa non la volevano lasciare, la guerra quella vera l’avevano superata ma questa no, “signor vigile, ci lasci rimanere qua”.

Intanto la bomba assume il sapore dell’assurdo, diventa l’ospite indesiderato che fa litigare i politici e i prefetti, il feticcio incomodo su cui si accumulano colpe e coincidenze. All’ombra della bomba si assaggia il collasso della rete viaria, per ironia del destino negli stessi giorni in cui il presidente Ciampi in visita a Latina viene a dire ai nostri amministratori che servono più infrastrutture e meno chiacchiere. All’ombra della bomba risorge quella bella invenzione di usare “il mare come strada”, i traghetti che viaggiano tra Gaeta e Formia con meno tempo e meno smog di una qualunque Flacca affollata in un pomeriggio d’estate. All’ombra della bomba c’è pure Radio Formia che si trasforma in Radio Londra, la signora Franca che guida la rivincita del “medium caldo”, vero focolare cittadino ai tempi dell’emergenza, mentre per i media nazionali e mainstream una città isolata da una vecchia bomba non fa notizia, non più del matrimonio di un calciatore o del cibo dei gatti.

Arrivati a questo punto, c’è una bomba laterale che segue quella vera, una bomba di chiacchiere, un’esplosione di luoghi comuni e leggende metropolitane, dentro un contenitore di allarmismi e complicità. Dalla prima pagina del Messaggero edizione di Latina, che mercoledì mattina titolava “Mezza Formia rischia di saltare in aria” fino alle storie sottotraccia di bombe che sarebbero non una ma due o tre o cinque, di gas letali portati via dal vento, di tecnici del Pentagono venuti fin qui o di complotti politici contro la Formia rossa, insomma c’è materiale abbondante e manca solo l’avvistamento di qualche coccodrillo nei tombini. Per fortuna, ci sono pure i segni di unione e di solidarietà, la collaborazione tra le istituzioni del Golfo e della Regione, e la scorta di affratellamento che una città non può farsi mancare in momenti difficili come questo. Tuttavia, davvero contro la tirannia della bomba e contro l’arbitrarietà della paura non si vedono anticorpi. La gente comune fa fatica ad amare la bomba. Anche le tensioni tra istituzioni, all’ombra della bomba, sembrano somigliare al “Dottor Stranamore” di Kubrick, la famosa scena del dialogo al “telefono rosso” sembra quasi la lite tra il sindaco Bartolomeo e il prefetto La Rosa: “Dispiace anche a me Dmitri. … Mi dispiace molto. … Va bene, dispiace più a te che a me, però dispiace anche a me. … A me dispiace quanto a te, Dmitri! Non devi dire che a te dispiace più che a me, perché io ho il diritto di essere dispiaciuto quanto lo sei tu, né più né meno. … Ci dispiace ugualmente, va bene? … D’accordo”. Non rimane che sedersi in riva al mare, riflettere sull’assurdità delle cose e aspettare che passi, senza far danni sul serio.

formia

Luca Di Ciaccio • 6 giugno 2005


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