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Kamikaze sulla spiaggia di Serapo

Segnali di un spirito dei tempi piuttosto fragile. A Gaeta, sulla centralissima spiaggia di Serapo, i bagnanti scambiano un Canadair bianco, uno di quei piccoli aerei che volano a bassa quota sul mare per raccogliere l’acqua con cui spegnere gli incendi, per chissà quale segno di apocalisse imminente, di Big Bang terroristico pronto a materializzarsi sul placido bagnasciuga del Tirreno. Le cronache raccontano di gente in fuga, qualche malore, panico e concitazione. “Nessuno infatti è riuscito a comprendere che si trattava di un Canadair della Guardia Forestale”. Eh già, c’è ben altro a cui pensare di questi tempi. Sono imprevisti che capitano, mentre la Storia ha preso a passarci sopra la testa a un’altezza irraggiungibile, come un turbojet. O come un Canadair, se vi garba, di quelli che ci planano vicino per prenderci anche un po’ di quell’acqua in cui nuotiamo. Nello stesso pomeriggio d’estate in cui sulla spiaggia di Gaeta i villeggianti scappavano via con gli asciugamano sottobraccio in preda alla psicosi, a Roma uno o più imbecilli avevano già sparso da alcune ore la voce che l’acqua dei rubinetti fosse avvelenata scatenando precipitosi timori e decine di telefonate al comune o alla polizia. E quella stessa sera a Gaeta, in una caratteristica via del quartiere medievale, il giornalista egiziano Magdi Allam e il magistrato antiterrorismo di Milano Stefano Dambruoso, scortatissimi, spiegavano alla platea che “bisogna rendersi conto che siamo nel mirino di terroristi e fanatici e agire di conseguenza, mantenere alto l’allarme pur senza cadere nell’allarmismo”.

Così ci ritroviamo sempre più spesso coinvolti in immagini grottesche e destabilizzanti al tempo stesso per la nostra vita quotidiana di provinciali coinvolti nell’impero, un ritorno al futuro che non c’entra niente con la nostra solita flemma. E invece, oddio, di cosa ci ritroviamo a parlare ai tavolini del bar o sotto gli ombrelloni, nel cuore dell’estate? Di prossime tappe del terrore, di metropolitane da evitare, di obiettivi a rischio e di viaggi che forse è meglio rimandare, di timori per la base Nato che si vede dal balcone, di zainetti da scrutare. Per poi mettere tutto in relazione coi giornali e coi tiggì, quelli che ogni giorno, petulanti, ci tengono a mente di essere noi il prossimo obiettivo, quello che corona l’escalation, quello che il mondo ci guarda. Ok, ok, ma che bisogno c’è di ripeterlo, se non quello di riempire le prime pagine fino a un mese fa ancora popolate di stupratori rumeni e di sudoku? Forse è arrivata l’ora di cominciare anche noi a costruirci le torrette fortificate da cui arroccarsi e osservare il mondo, come quelle che coronano molte delle spiagge tirreniche, da un promontorio all’altro, ricordo antico delle temute scorribande “de li turchi”. E d’altronde, nell’ormai famoso pomeriggio del Canadair e dei bagnanti in fuga, già si erano attivate anche le motovedette della Guardia Costiera e pare che l’allarme sia scattato pure nella vicina base americana, sulla nave ammiraglia della Sesta Flotta attraccata al molo di Gaeta. Allarme rosso, avranno pensato i soldati infilando la mimetica.

Che altre avremmo fatto noi? Ci affidiamo ai segnali. Diversi, concitati, illogici. A un rapporto mediato con la realtà. È come se le nostre abitudini facessero a spintoni con delle angosce nuove, talmente estranee che ancora ci risultano difficili da decodificare. A Gerusalemme, per dire, quando scoppia la bomba tutti sanno esattamente cosa fare. A Londra forse, tutti a elogiare la virtù della compostezza. Ma per noi – ancora – è diverso. C’è una gran nevrosi in agguato. Questione di disabitudine, forse. Ma la paura presa da sola, evocata dall’alto con mille espedienti, alla fine si rivela grottesca, come bagnanti in fuga su una spiaggia per un falso allarme. Tra mille notizie e mille ciance, chi può distinguere? Non certo la platea in delirio, non certo questo pubblico tutto in piedi, con le mani al cielo, in allerta permanente, arringato da predicatori isterici, aizzati dal marketing della politica o dell’editoria, dalla propria agitazione per cui a forza di cambiare posizione, una l’azzeccheranno pure, o dall’ansia di poter finalmente proclamare che loro l’avevano detto.

spiagge

Luca Di Ciaccio • 3 agosto 2005


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