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Tmo watch/ I fetenti

Mica facile, presentare libri in tivù. Sulla rete ammiraglia della tivù di Stato per un compito così arduo e ingrato hanno addirittura dovuto chiamare Gigi Marzullo. Figuriamoci sulle tv locali, di strada e pure un po’ abusive. Per nulla scoraggiato dal tanto decantato obiettivo di “portare la cultura in tv”, un po’ come fosse l’Alain Elkann di Montesecco, anche il Masaniello dell’etere Antonio Ciano ci ha offerto un fulgido esempio di promozione libraria, naturalmente sulle frequenze di TMO. Si trattava di un libro di racconti a base di sangue, teste tagliate e parecchio humour napoletano, quasi onirico oseremmo dire. Titolo: “I fetenti” (117 pagine, editore Marotta, 10 euro, e oggi che i fetenti imperversano spudorati ovunque ve lo consigliamo). L’autore è Raffaelle Abbate, ex dirigente dell’Inps, assessore “alla monnezza” (gli piace dire così) di un piccolo Comune vicino Napoli, sguardo vagamente ferino, villeggiatura a Gaeta. A un certo punto si stufa della grama vita, e tira fuori il romanzo che aveva nel cassetto. E chi non l’ha mia sognato? Il nome in copertina, o almeno un’ospitata da Elkann. O, in second’ordine, da Ciano.

L’amabile chiacchierata in piazza – come ogni almanacco dei libri che si rispetti – parte dai riferimenti letterari. Ciano butta lì un John Grisham, Abbate un po’ risentito cita “il presente storico di Hemingway”. Anzi no, per essere precisi: “Un noir alla Stephen King, però più ironico, con una spruzzata di Tarantino”. Si prosegue con un’arringa contro le ingiustizie del mondo, con particolare riferimento a quelle della distribuzione editoriale. Intanto, la telecamera guizza su qualche ragazza in pareo (è agosto), e passa sul lungomare un felliniano camioncino pubblicitario del circo (“venghino, signori, venghino”). Metafore come queste, un Elkann qualsiasi se le sogna. Inarrivabile l’altra domanda dell’intervistatore: “E mi dica un po’, come si fa a trasformare la rabbia in humour?”. A un certo punto, lo scrittore Abbate si accende una sigaretta, e Ciano gli fa tutta una tirata che lui le sigarette le vende sì ma non le fuma, mica è fesso, epperò non è vero che le sigarette ammazzano la gente come dite voialtri superficiali, in realtà ci campano in tanti, i produttori, gli operai, i coltivatori di tabacco, i ricercatori, gli infermieri, i predicatori salutisti, i ministri delle Finanze, persino i tabaccai. E nel frattempo quell’altro – con la nicotina che quasi gli esce dalle orecchie – le prova tutte per infilarci un riferimento al suo libro. Verso la fine, scopriamo pure che Abbate, manco a dirlo, tiene un blog su internet (e lui, che è amante dei titoli ficcanti, l’ha chiamato mianonnaincarriola.splinder.com). Ed è lì che – con l’aria casuale di chi non ha bisogno di sottolineare il momento storico in cui scolpisce una verità, nella pietra o nel nastro digitale – Ciano riassume così la big question del nostro tempo, quella sull’utilità dei weblog: “Embe’, si vede che oggi usano confessarsi su internet anziché andare dal prete come si faceva una volta”.

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Luca Di Ciaccio • 7 settembre 2005


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