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La marcia dei gabbiani

Le apocalissi si accorciano, una via l’altra. Ci penso mentre sto fermo a guardare il limaccioso fiume in piena che scorre nel buio, a momenti rischio di farci annegare dentro il mio cappellino di lana appena comprato. Così diverso dalle mie foto e dalle mie illusioni di appena qualche settimana fa. Ho appena perso un bel concerto, non mi resta che girovagare di notte fischiettando sotto la pioggia. Trovo il tempo di ripensare al catalogo dei cataclismi in formato tascabile. Città percorse da frotte di creature obese, che sbavano salse giallastre e condiscono la pizza con la maionese. Tsunami senz’anima. Edifici che esplodono all’improvviso, tra fiammate di paura e di viltà. Ventate di aria caldissima, accompagnata da folate di sabbia desertica che ricopre prati e ghiacciai.

Nel frattempo le ore scivolano, e ci vorrebbe un bicchiere di vino, oppure una festa in cui imbucarsi. Al tepore di una stanza, mentre fuori chissà cosa sta per succedere. Sempre correndo da un’emozione a un’immagine, da un bacio Perugina a una catastrofe, dall’io minimo alla rivolta delle periferie, la vita diventa un viaggio velocissimo nella sconclusionaggine dell’asprezza sonora, un pensoso galleggiare nel nulla. Intanto sul fiume in piena galleggiano i gabbiani, si fanno trasportare dalla corrente alluvionale, incuranti di tutto. Anatre e cormorani osservano la scena sulle scalinate che scendono dai ponti, e forse si chiedono che fare. L’ora fatale di questa ora ha le sembianze di una città ricoperta d’acqua. Zattere a via del Corso e gabbiani che galleggiano in piazza Venezia.

Luca Di Ciaccio • 30 novembre 2005


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