Ludik

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Chi sarà il prossimo?

Il destino ha voluto che con questo romanzo sottobraccio, oppure occhieggiante dalle tasche di un cappotto, il romanzo nel quale Berlusconi viene assassinato, il romanzo peraltro pubblicato da una delle case editrici di proprietà di Berlusconi, dovessi salire ogni giorno sull’ascensore foderato di specchi che porta dritti nella casa romana di Berlusconi (io mi fermavo tre piani avanti, ma questa è un’altra storia). Intravedo nei miei brevi tragitti frammenti di una corte miracolata e di ceroni fuori onda: Apicella all’ora di pranzo con la chitarra sotto braccio, segretarie bionde che incespicano tra le mercedes grigie nel brecciolino, il cuoco Michele che prende servizio alle dieci di mattina, un Previti che ghigna battutine su “pure noi l’abbiamo avuto il nostro statista”. Ma la vita è piena di paradossi.

A un certo punto del libro, il cattivo Sinisgalli, burattinaio, dice: “Il congegno deve essere orologeria e fato al tempo stesso. La sua morte deve avvenire al centro perfetto di una intersezione di linee. È una morte generatrice, ma che ha bisogno a sua volta di essere generata”. Nessuno si accorge del “2005 dopo Cristo“, nessuno mette le mani nelle mie tasche, nemmeno gli energumeni della scorta che mi fissano ogni mattina coi loro occhi da lucertola, nemmeno io so quanto sia frutto della mia vita e quanto sia frutto delle mie pippe letterario-politiche l’intreccio che vedo attorno a me, fatto di geometrie emotive, intrecci narrativi, showman affannati e fondali smaglianti. Un’Italia destinata a piegare qualunque tragedia in farsa, stordita rispetto al senso reale delle cose, gravata da “nuvole grasse come cachi”, che aspetta ogni giorno “apocalissi portatili” e ventate di emozione collettiva. Per sentirsi viva, e dunque in onda. In onda, e dunque viva. Mentre il libro che mi sono infilato nel tascone è pubblicato dalla collana trendy di massa, illustrato in copertina dall’immagine appannata di uno svincolo micidiale di Shangai, firmato da Babette Factory, ultima ditta narrativa per quattro coscienziosi trentenni di talento. L’editore scrive sulla quarta di copertina che si tratta della “commedia finale dell’Italia contemporanea”. Nella storia c’è il vecchio burattinaio che considera l’Italia «un serpentello che si allunga nutrendosi degli eventi del passato». Ci sono leader universitari neo-dadaisti, anarco-qualcosa e un po’ spostati, c’è una giovane pubblicista precaria e “dai polpastrelli socialdemocratici”, ci sono agenti immobiliari, conduttori tv, consulenti editoriali pronti alla scalata sociale, e pure un tale Simone Chiarelli che si infiltra in Forza Italia per seguire le tracce di un suo omonimo.

Non è un brutto libro, anzi. È archeologia del presente, casomai. Berlusconi, alla fine, è il feticcio di questo tempo emotivo: “nell’oro e nell’incoscio, su mulattiere e su autostrade multipiano, amato e detestato, benedetto e vilipeso”, sempre lui, mentre tutti gli si accostano vicini coi loro pezzi di vite in cerca d’autore. Ma forse lui è solo “il riverbero delle ombre, l’intersezione momentanea di tutte le storie”. Quando lo vedi da vicino, poi, ne resti deluso. Senza i fish-eye della televisione e il rumore gonfio degli applausi, Berlusconi è un signore attempato che esprime le sue idee discutibili sulla società in mezzo a un autobus affollato. Un tizio che poteva risultate simpatico o antipatico a seconda dell’umore del momento. E magari in ascensore gli accenno un sorriso mediocre, con le mani in tasca, infilate tra il libro sgualcito e i fazzoletti umidi di pioggia. Mentre fuori piove, governo ladro.

Luca Di Ciaccio • 5 dicembre 2005


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