Ludik

un blog

Sciuscio On A Dancefloor

Da quando abbiamo riconosciuto, grazie soprattutto a critici vagamente gramsciani e a brillanti tesi di laurea, che gli stornelli dello “sciuscio” gaetano non sono semplicemente uno spettacolo folkloristico, ma un’autobiografia del nostro paesone gaetano, non si sa più come guardarli gli sciusci, e neanche perché. Alle prese con gli auguri dialettali cantati a squarciagola, con gli strumenti musicali sgarubbati tipo urzo, martello, rattacasa, e perfino pentoline, caffettiere e bottigliette in stile maracas, con i soldini racimolati in giro per case e strade e negozi, ci sono passati più o meno tutti i cittadini gaetani, da tempo immemorabile. Verrebbe da chiedersi, nella modernità tumultuosa in cui viviamo, come abbia fatto una tradizione così allegramente pacchiana e demodé a sopravvivere indenne dalle generazioni povere di contadini, pescatori e vecchi scarponi alla generazione dei Sixties cresciuta tra l’hula-hoop e il twist, e poi le generazioni del rock, del punk e perfino della disco-music con quintali di gel sopra i capelli, per approdare fino ai ragazzi del nuovo secolo che, tra un paio di messaggini e un download di canzonette sull’iPod, riescono ancora a trovare il tempo per mettersi a provare cose tipo “ohi padro’ Tore dacce nu sciuscie, annanze che s’ammosce dacce quattro fiche mosce”.

Ambrogio Sparagna, maestro della musica popolare e originario delle nostre zone, si compiace di questa “riscoperta culturale”: «si tratta di una speciale forma di rassicurazione culturale che riesce a coinvolgere giovani e anziani in momenti di vita comunitaria, dove la musica svolge ancora la funzione di garante della coesione sociale fra i vari gruppi». Infatti “glie sciusce” non sono come gli zampognari, non richiedono una particolare specializzazione, non esigono una tecnica musicale specifica. In un certo senso, sono una specie di Corrida ante-litteram, e forse sta lì il segreto del loro lungo successo. Lo stesso Nino Granata, in arte Cocchetto, di professione fotografo ma ormai universalmente riconosciuto come “il re dello sciuscio gaetano”, una volta candidamente confessò di non avere mai letto un spartito in vita sua: «Allora io gli do la cassetta, loro sentono, la la la la, e ci fanno do, mi re, hai capito? E così mi fanno la musica, le parole ce le metto io». Insomma lo sciuscio non è né di destra né di sinistra, né conservatore né progressista: è un mondo a parte, che si consuma una volta l’anno, tra le luci a festa e lo scoppiettare dei petardi. Possiamo anche buttarla sull’antropologia, sentirci tutti dei piccoli Levi-Strauss, e pensare che pure le stralunate serenate del borgo di Gaeta rientrino nella millenaria tradizione pagana del solstizio d’inverno, “la cacciata dei demoni con colpi di gong, di cembali o di tamburi”. Difatti, fin dalle società primitive e comunque preindustriali, i riti del sovvertimento dei ruoli, del travestimento e della questua rappresentavano dei miti fortissimi: modi diversi di entrare in rapporto con gli spiriti dei morti, ambigui dispensatori di prosperità. Un frammento di antichi esorcismi, che vanno dai Saturnali pagani fino a Babbo Natale, dagli zombies di Halloween fino (perché no?) al pingue Cocchetto: lo scatenamento rituale per ingraziarsi le forze ultraterrene, così da favorire il buon esito dei raccolti e, dunque, la sopravvivenza della comunità.

Tuttavia, è pure vero, come scrive Paola Polito nel suo fondamentale volume sull’argomento, che lo “sciuscio” attuale altro non è che un “revival consumistico”, sempre più inserito in una logica da varietà televisivo per gli appetiti dei turisti. D’altronde i testi degli sciusciaioli incorporano sempre la loro dose di pacchianeria nostalgica, “chesta Gaeta nun l’amma scurdà/ chisto fulklore è la felicità/ o’ sciuscio ce fa ‘nnamurà!/ Zum-pa-pa zum-pa-pà”. Per non parlare dei nomi dei complessi iscritti al festival dell’Epifania, sublime esibizione folk-kitsch che si ripete ogni anno nella piazza del paese: i Poveri poveri, i Pescatori, i Gaeta te quiero, i Venimme da Casoria eccetera. La gaetanità rappresentata dalle bande degli sciusci ormai esiste solo in quelle loro canzoni: anzi, a volerla dirla tutta, gli sciusci gaetani ci rimandano l’idea di una città ridotta e imprigionata nel suo sgangherato perditempo, che si aggrappa soltanto ai suoi cliché avendo perso tutti gli altri treni. E nonostante tutto la simpatica consuetudine dello sciuscio rimane un momento simbolico e quasi sacro per gli abitanti del posto. Così in questa annata ci tocca fare i conti anche con la suggestione antica dei presagi, o forse no. Sta di fatto che, per la prima volta nella storia, lo sciuscio più famoso e più atteso, quello dell’eccentrico Nino Cocchetto il pomeriggio del 31 dicembre non è potuto uscire, pare a causa di un guasto alla fisarmonica. Cattivo segno? Cocchetto ha deciso di recuperare scendendo in strada nel pomeriggio del 5 gennaio, cantando “oggi è calanno e dimani è l’anno nuovo” con un certo sorprendente ritardo. Forse per onorare i contratti già profumatamente stipulati, sussurra qualcuno. Forse per evitare le sgomitate della sera del 31, e così farsi notare ancora di più. Forse perché lui stesso ormai si sente come una figura sacra, una sorta di capro espiatorio che, buono buono, ogni anno sale sull’altare del ludibrio e della festosità collettiva: dunque, guai a chi ce lo leva. Il suo sacrificio rituale (che pure fa storcere il naso ai puristi della tradizione: troppe mossettine, troppa coreografia, troppe parole cambiate rispetto alle strofe canoniche) assorbe e rappresenta il bisogno di purificazione della comunità intera. La curiosità per il suo look annuale è pari, per i cultori del genere, a quella provocata dai cambi stilistici della signora Ciccone a ogni nuovo disco. Due anni fa, per dire, era coi capelli sciolti e le nacchere in versione gitana. Prima ancora indossò l’uniforme e la corona da monarca borbonico. Quest’anno se ne è venuto tutto di bianco, con un tocco di rosso a ricordare i colori della città e un largo mantello di stoffa azzurra sulle spalle. E mentre da dietro lo vedevamo incedere solitario e a passo lento sul ciottolato di via Indipendenza, col mantello svolazzante, i capelli setolosi forse tinti e le vecchiette dei vicoli che se lo rimiravano, ci pareva quasi una Madonna in processione. Alla fine, l’insieme delle esibizioni è così artigianale, sincero, straziante, vitale che solo un cuore di pietra può rimanere indifferente, e non applaudire una rappresentazione così perfetta della gaetanità lazzarona e dilettante. Un appuntamento ineludibile, mentre un nuovo anno si apre e, come al solito, ci si illude che tutto possa rinascere.

Luca Di Ciaccio • 3 gennaio 2006


Previous Post

Next Post