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Domeniche bestiali. I piccoli ultras di Gaeta

Ultrà è il sapore di una partita di calcio. L’illusione di una città che si sente rinascere grazie a un rigore infilato ai tempi supplementari di una partita di Coppa Italia. Oppure la rabbia di una sconfitta che in Italia è comunque immeritata, tanto nel calcio, dove c’è sempre un arbitro Moreno con cui prendersela, quanto nella politica, dove c’è sempre un alleato minore da incolpare per le proprie disfatte o qualche avversario da demonizzare. Ultras sono tutte le emozioni collettive che ci prendono alla gola negli stadi e nelle piazze, e sono sempre “emozioni senza pensiero” – come scrisse una volta Francesco Merlo – “perché il pensiero non va in piazza né allo stadio, che sono i posti in cui la scemenza ha diritto pieno, con gli striscioni, i colori, la passione”.

Eppure, in quel gran baraccone caotico e un po’ triste che è diventato il calcio italiano degli ultimi tempi, sentina emotiva di un Paese ormai nel pallone, finisce di tutto. E adesso – notizia di poche domeniche fa – pure la bella squadra di provincia del Gaeta, la Polisportiva dei miracoli che fece innamorare una città con la sua riscossa fatta di televisioni di strada e bravi ragazzi, pure lei ha perduto la sua innocenza tra i fumi di una curva e i cori dei suoi ultras. Negli stessi giorni in cui ci è toccato l’ignobile scandalo degli striscioni antisemiti e delle croci uncinate esposti nella curva maggiore dell’Olimpico durante il match Roma – Livorno, tre giovani ultras del Gaeta sono stati denunciati per aver esposto “bandiere con svastiche, croci celtiche e simbologia razziale” sugli spalti della partita giocata fuoricasa allo stadio di Alatri. Emanuela Audisio, osservando le immagini di ragazzini e gente tutto sommato banale (la banalità del male, no?) nella curva romana infestata di stemmi nazisti, ha scritto su Repubblica: “Nessuno che si volti e dica: per favore, togliamo via questa indecenza. Perché l’idea è che allo stadio si può e si deve essere rozzi, tanto è legittimo, tanto è tutto un’allegoria. E’ questo che colpisce all’estero, come possa l’Italia, o anzi una parte del paese, passare delle domeniche così bestiali”. Ora, verrebbe molto più facile citare il vecchio ragionamento di Gianni Brera, secondo cui tra le decine di migliaia di spettatori della cerimonia domenicale era fisiologico che allignasse qualche centinaio di facinorosi, e che tutto si dovesse risolvere quindi con sobrie azioni di polizia. Ma ormai si è capito che non è solo una questione di ordine pubblico.

Il campetto comunale del Riciniello, per esempio, bisogna sforzarsi molto per farlo assomigliare all’Olimpico di Roma. Le telecamere genuine di Tele Monte Orlando, la tv di quartiere che di sera ritrasmette la partita, non sono affatto parenti del pay-calcio milionario e infarcito di spot di Sky e Mediaset. In una domenica d’inverno a Gaeta, comunque, ci si annoia tremendamente, e fermarsi a vedere il mare capirete che mette una certa tristezza. Ritrovarsi a esaltare e urlare in un specie di grande sabba sugli spalti di un campetto, tutti uniti sotto i colori bianchi e rossi, dunque permette un certo momentaneo sollievo. Anche i ragazzi gaetani che – negli ultimi due anni, con la tivù di paese che infondeva rinnovati entusiasmi – si sono reinventati ultras e sono tornati in massa alle partite della squadra cittadina certamente non saranno tutti bad boys, magari aiutano le vecchiette a portare la spesa sulle scale, prendono bei voti se vanno a scuola, oppure sono diligenti sui loro posti di lavoro. Tuttavia, passo dopo passo, pallonata su pallonata, anche la piccola Polisportiva Gaeta è cresciuta: si è fatta più avvenente, più telegenica, ma si è fatta pure più fanfarona. Più ultrà. Oppure s’è semplicemente adeguata ai tempi che corrono. I tele-bar si sono fatti più affollati, l’allenatore si è messo a litigare di brutto col cronista. Qualcuno ha cominciato a pensare se forse non sia il caso di lucrarsi qualcosa sul noleggio dei diritti di immagine. Una piccola parte di tifosi ha preso ad accendersi, arrabbiarsi, maledire: e sono arrivati gli slogan più truci, i cameraman minacciati e gli striscioni contro i “giornalisti traditori”, un paio di camionette della polizia a presidiare le uscite dallo stadio. Perfino il sindaco – il quale è stato pur sempre eletto in un partito il cui nome risuona come l’incitamento alla nazionale sportiva – ha scoperto che in fondo i tifosi sono tutti elettori, si è fatto primo tifoso pure lui e si è messo a discettare di calciomercato per conto del fratello che si è comprato la squadra. Niente di grave, per carità. Niente di nuovo, manco a dirlo. Nel frattempo il Gaeta coi suoi undici pupi dietro la palla è sempre suggestivo, il mare dietro lo stadio non smette di luccicare, sugli spalti si vedono ancora vecchietti da briscola e famigliole con pargoli, l’inno ascoltato in tv o dai megafoni continua a rincuorarci. E quando il saggio telecronista Erasmo Lombardi grida “goool” a noi ancora il cuore ci sussulta un po’.

Una “pazza fede”, come l’ha chiamata lo scrittore anglo-veronese Tim Parks? Di più, perché il calcio, anche quaggiù in provincia, può essere il balsamo dell’infelicità, il sollievo dalla noia, l’oppio della coscienza, il rancore del campanile. Il calcio non lo capiscono i briatori e le veline: lo capiamo meglio tutti noi che sappiamo cos’è la noia, la noia adolescenziale delle domeniche di provincia e di periferia. Cosicché anche gli ultras maschi, giovani e fascistelli del nostro Riciniello finiscono per sembrarci più familiari di quanto noi stessi vorremmo. Poi ci viene una rabbia triste quando li vediamo sventolare certi gagliardetti ignobili e violenti. Quando li vediamo minacciare vendette e alzare diti medi. Ma è pure vero che quegli ultras somigliano tanto all’Italia e al mondo d’oggi. Sono loro che danno il tono alla nostra campagna elettorale, alle nostre battaglie in nome di Dio o di Allah, alle nostre piazze, ai nostri salotti tv, al nostro clima sempre troppo freddo o troppo caldo, alle nostre pulsioni oscure, e ovviamente alle nostre curve. Finora le partitelle gaetane con gran sventolio di bandiere biancorosse ci sono sembrate una simpatica via di fuga dall’ingombrante bombardamento dei mega-show calcistici di più alto livello. Il veicolo di un’identità popolare ma non ancora drogata, colorata ma non più cupa. “Non siamo un paesino”, si disse ai tempi della vittoria regionale della Coppa Italia e della straordinaria mobilitazione di tifo, confondendo l’onore cittadino con le sorti di una squadra di pallone. Eppure l’immagine di una città deve essere davvero ridotta a ben poca cosa se basta uno striscione di stadio in mano a tre/quattro ultras a ricoprirla tutta.

Luca Di Ciaccio • 3 febbraio 2006


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