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Pappamento

Un plumbeo pomeriggio di fine legislatura. Non indosso la cravatta anche perché ho dimenticato di portare la camicia. Rimurgino sul mio proposito di abolire le camicie: nessuno me le stira e così risparmio sul lavasecco. Un cicerone nel corridoio dei passi perduti mi prende in disparte e mi sussurra: “Pappamento”. Cosa?. “Come Tognazzi nei Mostri”. Il tempo nel Transatlantico trascorre frammentato, ogni discorso non è mai il seguito dell’altro, ogni divano non è mai il divano precedente. Onorevoli ciondolanti come liceali all’ultimo giorno di scuola. Ci si scambia pacche sulle spalle in clima mollemente bipartisan. Dolce è naufragar tra questi legni.

Nel cortile fanno mostra gli orridi gazebi per fumatori, sistemati lì per i deputati che non rispettavano la legge da loro stessi votata. Anche tra i cessi degli uomini il “vietato fumare” è messo in bella evidenza, non si sa mai. La Santanchè si insinua nei corridoi, pieni di busti marmorei che non assomigliano agli originali, seguita dalla sua “scia di fascino d’accatto”. Conversa con un collega più anziano di lei, forse di Forza Italia. “Vedi – le dice lui – il giorno delle elezioni non è quando si vota, è quando si presentaranno ‘ste cazzo di liste”. “Eh, bravo… Te sei sistemato, dove ti hanno messo?”. Ogni volta che rivedo da dentro l’aula di Montecitorio mi sembra più stretta. Così evocativa e così asfittica allo stesso tempo. Commesi e portavoce si producono in rindondanti panegirici per spiegarci che non è proprio tutto come sembra: i deputati lavorano sodo, anche se ai nostri cinici occhi di cittadini qualunque appaiono mentre leggono il giornale, conversano col vicino, telefonano alla moglie, fanno le parole crociate, infilano tessere nelle fessure altrui.

Magari non è nemmeno colpa loro. Non è nemmeno colpa dell’Italia. “Le decisioni – secondo Ralph Dahrendorf – sono migrate in altri territori, luoghi remoti e spesso sconosciuti, come le sale dei consigli d’amministrazione delle società o gli incontri privati fra i leader”. Scavalcate persino dai talk-show, qui da noi. Istantanee di fine quattordicesima legislatura. Cinque anni in cui è sventolato di tutto. Capucci, burqa, tricolori, nasi da Pinocchio, bavagli, manette, cartelli a pennarello, perfino un mazzetto di prezzemolo. La seduta stavolta dura pochi secondi. Mastella alza la voce dalla poltrona più alta. Gli onorevoli, esausti, urlano: “a casa! a casa!”.

Luca Di Ciaccio • 23 febbraio 2006


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