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Palo delle tue imprese

Siamo tutti acquattati nella cucina dalle pareti giallo ocra. Qualcuno ha fatto una soffiata e ora tocca nasconderci, osserva il coinquilino C. Ma nessuno di noi ha commesso nulla di cui nascondersi, rispondo io. Lo so, quello sarebbe il problema, ribatte lui. La padrona di casa ci guarda cercando complicità vaporose benché appassite. Comincia a raccontare di quando quel suo amico dottore, “e insomma un dottore, non so se mi spiego”, le rubò un anello di brillanti che lasciò posato sul frigorifero, finché non intervenne un suo amico del Fbi o qualcosa del genere, una specie di Jack Bauer del quartiere Capannelle, a recuperarle il maltolto con un’avventurosa colluttazione in un check-in d’aeroporto.

Con la strana famiglia coinquilinesca, forse giunta al capolinea, ci guardiamo strabuzzando gli occhi. E’ sempre così, nelle vite e nelle stanze e nelle parole condivise magari senza bene saperle: ci si scambia regali facendosi pali delle proprie rispettive imprese. Saluto il coinquilino M. che prepara mestamente i bagagli. “Non è soltanto colpa mia se è finita male, vero?”. “No, assolutamente”. “Ma mica ci si dimentica?”. “E’ un po’ difficile”. “Già”. Riprendo a passeggiare nel corridoio ascoltando una vecchia canzone cifrata degli Avion Travel. “Ora t’arrestano insieeeeme a me, l’avevo deeeetto di non faaaarti sentire, tutto il teatro che fai nei bar non ti fa piuuù vedere che, c’è un po’ di polizia”. Sogno per questo inaspettato copione un finale un po’ da vaudeville un po’ da Casa Vianello: tutti i personaggi della commedia – amici, nemici, poliziotti, vicini di casa, amanti, locatari, parenti, coniugi, operai, colf – che si ritrovano sul pianerottolo e se le danno allegramente di santa ragione.

Luca Di Ciaccio • 13 marzo 2006


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