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E il Capitano filava (le elezioni viste da Gaeta)

“Ho fatto tardi perché ho visto Berlusconi e Prodi in televisione”. Ma chi se ne frega, assaggia questa tiella. Poveri brandelli di conversazioni gaetane alla metà di marzo. Provincia elettorale italiana, ma senza voglia. Rumore di piatti, pensionati intabarrati a parlottare davanti alle edicole, videomakers olandesi in cerca di folklori televisivi, sindaci che progettano porti sempre più grandi e sempre più belli, abitini già estivi nelle vetrine per una stagione nuova che non sembra avere affatto voglia di arrivare, le montagne aurunche sullo sfondo sono ancora incappucciate di neve. Ma è vita questa? Ma è politica semmai?

Nelle ultime settimane sono costretto a monitorare la situazione elettorale quasi per contratto, ogni tanto mi arrivano anche dei dividdì per recuperarmi certe scene, ma è una vita d’inferno. Passare intere ore a sfogliare giornali, rivedersi apparizioni televisive, infiltrarsi in certi catacombali focus group, cavarne almeno un etto di senso compiuto (o un etto e mezzo, che faccio dottò, lascio?). Passo da Gaeta in certi finesettimana annuvolati e frettolosamente noiosi. Tanto qui ci si può agevolmente rilassare, come in tre quarti dell’Italia reale. L’enfasi mediatica di questa campagna elettorale non riesce a coprire il fragoroso silenzio della politica sul territorio. “Ma tu devi assolutamente sapere” mi fa il mio amico. “Altro che l’io mi alzo e me ne vado dall’Annunziata. Altro che il duello di ieri, che pareva di stare in una sala operatoria con l’anestesia già iniettata”. Si, ho visto, non me ne parlare. “Avresti dovuto vederli tutti gli aspiranti onorevoli di raccomandata origine gaetana, l’altra sera al talk show della tv di strada. Pareva l’armata brancaleone, anzi no. Una riunione di amministratori di condominio in prepensionamento”. Immagino, ma non è nemmeno il caso di infierire, con la legge elettorale che ci ritroviamo poi. Una porcata, l’ha detto perfino il ministro che l’ha scritta. “Certo, sicuramente non verranno eletti. Ovviamente erano pure timidi a ripetere due volte il loro nome, non sia mai che qualche elettore lo va a scrivere sulla scheda, finisce che gli annullano il voto”. Che peccato. Ma almeno il sindaco nostro c’era? “No”.

Si consuma la fine di una stagione, anche in questo come uno dei tanti “paesi rivieraschi” soavemente indicati dal Cavaliere nel duello televisivo con Prodi del 14 marzo. I sociologi e gli esperti che se ne intendono lo chiamano “effetto bandwagon”. Ovvero, ciò che si verifica quando qualcuno pensa o fa qualcosa per il semplice fatto che altri pensano o fanno lo stesso. In altre parole: salire sul carro del vincitore. Antica specialità nazionale, si direbbe. La giornalista Pialuisa Bianco, pochi anni fa, dedicò un libro alla categoria: “Elogio del voltagabbana”. Il cui assunto fondamentale era che la cartina di tornasole di ogni democrazia è proprio la presenza di coloro che cambiano bandiera, perché dove ciò è possibile non può esserci dittatura. Movimenti che, seguendo il ritmo altalenante delle sorti politiche, si ripropongono identici in decine e decine di enti e ministeri, statali e parastatali, assemblee elettive e giunte locali. Fedeli tutti (un po’ come l’Unione negli ultimi tempi, ma idem per la destra pochi anni fa) alla chiusa della mitica poesia di Trilussa dedicata a quella famiglia litigiosissima dove ognuno ha un’idea diversa ma «appena mamma / ce dice che so’ cotti li spaghetti / semo tutti d’accordo ner programma». Il sugello all’ultima delle epiche transumanze italiche, da Montecitorio fino alle più periferiche aule consiliari, lo diede Vittorio Sgarbi un anno fa, tra le Regionali e le Primarie, in una franca intervista al Corriere: «Al contrario di d’Annunzio che andava “verso la vita”, io vado più modestamente verso la sopravvivenza». Qui da noi, nella rivierasca e un po’ bislacca (cavalierescamente parlando) Gaeta, la scorsa estate cominciarono perfino a diffondersi voci incontrollate sul sindaco, il Capitano Magliozzi, forzista di ferro e con congruo pacchetto di voti popolari al seguito. “Passa con Mastella”. “No, si ricandida però col centrosinistra”. “Ho saputo che vuole entrare nei diesse”. “Stai a vedere che ci diventa comunista?”. “Dice che ha litigato pure con Gigi D’Alessio, si sta riposizionando”. “Ma io me lo ricordo da giovane: era trotzkista”. Insomma, tante e tali furono le voci, e inutili le smentite, che un consigliere della Margherita apostrofò così il surreale tormentone: “Succede come con quegli uomini che al bar si vantano di essere stati a letto con Sharon Stone. Tuttalpiù gli piacerebbe”. Per non parlare di quello che succede in un posto pieno di spifferi e venticelli come il consiglio comunale: gruppi misti che si stringono e si allargano come una fisarmonica, partiti di centro che appaiono e scompaiono come lunari maree su cui galleggiano personaggi improbabili, coacervi di mummie e di ibridi, reputazioni faticosamente ricostruite. Per di più, a un anno da nuove elezioni amministrative.

Completare queste benedette liste elettorali, con questi chiari di luna, deve essere stata una fatica non da poco. Un anonimo esponente di Forza Italia la raccontava così, a un inviato di Repubblica: «Era un caos, una cosa indescrivibile. C’era una grande stanza con diverse porte, dalla quale entravano e uscivano continuamente deputati furibondi, da fuori si sentivano delle urla, ho visto un coordinatore regionale in lacrime, nel corridoio c’erano quelli di Raffaele Lombardo che facevano una sorta di picchetto e non se ne andavano senza avere garanzia di essere messi in lista». Tuttavia, colpisce il silenzio sul grave colpo che la nuova legge elettorale assesta al concetto di rappresentanza. Divorato da apparati di partito vuoti, oligarchici, voraci. Si vota il partito, e basta. Con liste di candidati già imposte, senza preferenze. È come se il prossimo Parlamento, a grandi linee, fosse già stato nominato da quelle venticinque persone in tutto che avranno deciso le liste. «La presenza politica sul territorio rischia di desertificarsi, rimanendo indifferente alla società, piuttosto dilagando nelle televisioni» ha affermato il politologo Ilvo Diamanti. Basta guardarsi attorno. Masticando tiella, ricordo al mio amico che perlomeno il Capitan sindaco è rimasto al palo. “Si, nemmeno un posticino gli hanno trovato. Lui dice che non gli importa. Però si vede che ne soffre. Adesso va sempre in giro con gli occhiali scuri. Una via di mezzo tra una vedova inconsolabile e un golpista sudamericano”. Mamma mia. Fuori lo spappolato reality show elettorale prosegue ancora. Cosa c’entri tutto questo col destino dell’Italia ancora non si è capito.

Luca Di Ciaccio • 21 marzo 2006


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