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Il morso del Caimano

Aprile si avvicina. Germogliano i dubbi e i pollini. La sopraggiunta primavera mi risveglia disdicevoli immaginari sia erotici che politici. C’è un’aria frizzante, una voglia inespressa di cambiare musiche, voltare pagine. Sarà il nuovo disco di Morrissey o il ritorno di Rosi Bindi al governo, chi lo sa? Mi faccio strada tra macchine parcheggiate sul marciapiede e comitive di turisti nordici in maniche corte. Avanzo a fatica tra i polveroni della campagna elettorale e l’assurdo fetore di polemiche sui bimbi cinesi bolliti. Mi interrogo su quanto tempo ci si metta a guarire dal morso di un caimano.

Dentro un cinema, quando scorrono i titoli i coda dell’ultimo film di Moretti, un applauso muore sul nascere e un signore inveisce dalla penultima fila. Dalla sala si esce poco esaltati e un po’ tristi. All’inizio lui è una macchietta ridanciana, poi si trasforma in un attore cinico e versatile, infine la sua faccia diventa terminale e solenne, il fondale si fa cupo e si riempie di piccoli fuochi. Il Paese che continua imperterrito nel tentativo frustato di sfangarla dai suoi guai e dalle sue miserie. Famiglie che si dissolvono senza un perché, opposizioni politiche senza arte né parte, un Silvio Orlando teneramente orripilato di fronte alle due lesbiche che sorridono affettuose al loro figlio inseminato, bambini spaesati che cercano pezzettini di Lego e non li trovano mai, adulti bravi solo a combinare operette sfigate e rivalutare i trash più imbarazzanti della loro gioventù, tipo “Cataratte” e “Mocassini assassini” che quasi vien voglia pure a me di vederli. Forse il caimano col suo morso ci ha comprato l’anima. “Ma si, è sempre il momento di fare una commedia”, dice lo stesso Moretti nel bel mezzo del film. “Ormai chi voleva capire ha capito, e agli altri evidentemente sta tutto bene così”. Fuori dal cinema il mio stato d’animo avanza tra il traballante e l’inquieto. Dubbi e pollini non se ne vanno. Ma quasi non mi importa cosa votare il nove aprile. Nel suo cubicolo dalle pareti arancioni, un amico riformista e pensieroso mi confessa: “Io non ci credo all’idea che lui abbia vinto comunque, anche se perde”. Poteva andare peggio, rispondo io. La sera al ristorante rinuncio a ordinare aragoste.

Luca Di Ciaccio • 28 marzo 2006


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