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Alzati che sta passando, un alito di vento

Nella notte più scura non si sapeva chi avesse vinto e chi avesse perso. La notte che doveva portare la primavera si trascina ancora dietro di sè l’alito degli italici caimani. Si vaga tra le piazze del potere, dove ciondolano militanti e giornalisti, turisti spaesati e onorevoli accaldati. Provo a entrare in una scuola e quasi mi arrestano. Squarciati i veli delle false profezie emerge un Paese spaccato a metà, dove ognuno è sordo dal suo lato. Dopo gli abbagli pomeridiani e le ipotesi notturne ancora non si capisce chi ha vinto e chi ha perso, chi ha mezzo vinto e chi ha mezzo perso. Speranze accese e di colpo frustrate, mentre ci si siede inginocchiati sul parquet, e si fredda lo schermo dove scorrono i pasticci elettorali. Avrei dovuto preoccuparmi  già al primo pomeriggio, quando la mia amica Francesca chiusa in un seggio di Roma a fare la scrutatrice mi aveva inviato un sms allarmato: “Qui vogliono fare i mucchietti”. Adesso sono le nove di sera e mi scrive: “Questo silenzio mi fa paura. Che è successo fuori? Qui una catastrofe”.

A un certo punto pare sicuro che si vince o si perde con uno 0,1 in meno o uno 0,1 in più. Il nostro futuro deciso da un alito di vento. Oppure da un comma idiota della nuova legge elettorale. Oppure dall’esito transcontinentale della circoscrizione Africa – Asia – Oceania. Oppure dei marxisti leninisti dell’isola di Ischia. Oppure dal raffreddore di un paio di anziani senatori a vita. Oppure dagli elettori miei compaesani, che da soli sarebbero bastati a mandare in bilico una regione e tutto un Senato. Di certo, penso stiracchiandomi, la colpa non è mia. Di certo, in questo momento, lo starà pensando qualunque italiano, qualunque candidato o partito abbia votato, e anche gli astenuti.

Quando sono le tre di notte, in una piazza nel cuore della capitale, con poche forze e ancora un po’ di faccia tosta, una folla di centrosinistra festeggia senza riuscire a smettere di urlare “berlusconi berlusconi”. E dal palco affollatissimo il leader di quello stesso centrosinistra stappa mosciamente una bottiglia di champagne, annaffiando le teste degli astanti con lo stesso vitale entusiasmo di un giardiniere con le sue petunie. “Abbiamo vinto?”. “Ma si, diciamo di si”. “Io porto i tarallucci e tu il vino?”. “E se il Cav. non se ne va?”. “E perché quello che mi sta abbracciando ora affianco a me in piazza è Piero Badaloni?”. E però non si capisce cosa significa vincere in un Paese che si cerca senza mai trovarsi, dove nulla finisce ma tutto continua. Incapace di guardare avanti. Si vince senza crederci, si perde senza arrendersi. Si è fatta l’alba e domani pioverà. Sdraiandomi sul letto viene in mente quella frase (forse) di Oscar Wilde: “Due sono le tragedie nella vita. Una è non ottenere quel che si vuole. L’altra è ottenerlo”.

Luca Di Ciaccio • 11 aprile 2006


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