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Vite a Londra

Le vite suburbane di Londra si incrociano senza incontrarsi. Solo la pioggia, a un certo punto di un pomeriggio perso nella primavera, sembra avere così tante piccole mani per afferrarle tutte. Il vento della metropolitana passa sugli avambracci degli inglesi in maglietta e sulle spalle scoperte delle ragazze in vacanza. Dentro, ogni vagone è un pezzo di mondo costretto a stringersi accanto per trovare un posto. Fuori l’odore di cipolla fritta arriva ovunque. I pub del venerdì e del sabato pomeriggio traboccano di personcine educate, con indosso camicie ben stirate, che conversano con reciproca curiosità. Un paio d’ore dopo sono già poco riconoscibili, mentre schiamazzano alzando un altro boccale, un altro ancora cosa vuoi che sia per dimenticare il grigiore di una settimana.

Ottavia dice che bisogna essere pazzi per vivere in questa città. Ma poi non è vero. Andando dietro alle proprie passioni è possibile fare a pezzi qualsiasi città. Seguire indifferentemente i propri fallimenti o i propri progetti. Entrando in cucina salutiamo la piccola lituana incinta che se ne sta seduta da sola a fissare il muro. I tentativi di conversazione non riscuotono successo. Va un po’ meglio con un australiano dall’umore altalenante, a notte fonda, dopo avergli somministrato a litte bit of sambuca. Nelle città troppo grandi da descrivere si fa così troppo sottile il filo che separa vite terribilmente entusiasmanti da tutto ciò che poi assomiglia pericolosamente a dei vicoli ciechi di rassegnazione.

Ottavia insiste dicendo che andare in giro per bar gay può essere meglio che maritarsi a trent’anni in una baita svizzera, o qualcosa del genere. Sono ancora inesperto di entrambe le opzioni per darle un parere costruttivo. Intanto passeggiamo per Soho dove di giorno indossano tutti maglie a righe su corpi ben curati. Poi a Temple, labirinto popolato non più da templari ma da stuoli di ricchi avvocati. Poi a Camden tra impietosi abiti vintage e tenaci relitti di una generazione. Da qualche parte: una cartolina di Morrison, un ditale della regina madre. Di notte, i taxi di Londra continuano a girare. Passando da Trafalgar Square si vede la sagoma bianca di marmo di Alison. Nuda, focomelica, col pancione, nonostante tutto fiera. C’è una canzone di Elvis Costello che si chiama Alison e che dice: “Oh it’s so funny to be seeing you after so long, girl”.

Luca Di Ciaccio • 17 maggio 2006


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