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Gli orlandones gaetani si meritano un film

Esterno buio. Il bar della vecchia stazione stasera è quasi deserto, in un’uggiosa serata di marzo, in una Gaeta intirizzita dagli ultimi freddi. Il proprietario ci accende una stufa e ci porta del vino rosso. «Certo che Antonio se lo merita proprio un film» mi dice Nina Mair, posando il bicchiere. E il suo sguardo si dirige sulla scena che sta accadendo al centro della sala. Una ragazzina grassottella e di acerbe speranze che canta a squarciagola una canzone di Laura Pausini, gli occhi fissi sullo schermo del karaoke, la voce che trema stonata sul ritornello, due o tre parenti che osservano compiaciuti la scena da un tavolino laterale. Davanti a lei, con la telecamera in mano, Antonio Ciano, il tabaccaio mezzo comunista e mezzo borbonico che negli ultimi tre anni si è guadagnato l’appellativo di “Masaniello dell’etere”, riprende il patetico karaoke adolescenziale con l’aria di uno che crede alla sua missione, e ci si diverte pure. Due minuti dopo Antonio è di nuovo al tavolo con noi. «Non ti lasci sfuggire nulla, eh?» gli sorride Nina. «Basta poco per far contenta una persona» risponde lui.

Nina Mair è una giovane videomaker, anche lei gira con una telecamera nella borsa e un blocchetto per gli appunti, e in effetti un docu-film su questa strana piccola tv di origine gaetana ci sta provando a girarlo. Vorrebbe riuscire a venderlo a qualche emittente, magari il famoso canale satellitare franco-tedesco Arte. Ha cominciato chiedendo informazioni a Bologna, dove in un giorno d’estate del 2002, nacque il movimento delle telestreet: piccole antenne corsare spuntate da nord a sud dell’Italia nell’era berlusconiana, contro il regime mediatico. Poi è passata da Senigallia, dove nel 2003 “Disco Volante”, una tv di strada gestita da una vivace cooperativa di disabili, fu sequestrata dalla polizia postale, e dissequestrata solo un anno e mezzo dopo. «Più o meno – spiegarono allora i responsabili dell’emittente – è come impedire a due sordomuti di farsi dei gesti di saluto dai due lati della strada».

Infine Nina è approdata a Gaeta, per vedere questa Tele Monte Orlando di cui tanti parlano. E ha deciso di fermarsi. Per un mese, tra marzo e aprile di quest’anno, Nina Mair, insieme col suo compagno operatore Robert Jahn, ha seguito passo passo l’originale alchimia del mediattivismo catodico in salsa gaetana: masanielli e telecronisti, sindaci irascibili e vecchie volpi televisive, musicisti e antennisti, vecchiette dei vicoli e professori in pensione… Nina ha capito subito che quello che succede nell’etere e nelle strade gaetane può rivelarsi un racconto sugoso e tambureggiante del più recente evo televisivo, e tutto sommato del grande (e un po’ inquietante) gioco post-moderno che ha coinvolto l’Italia. Dappertutto, infatti, la tv è un elettrodomestico importante, che si insinua nella sfera pubblica imponendo le sue regole, ma solo qui in Italia si pretende troppo spesso di farla coincidere con la vita dell’intera nazione. «D’altronde – racconta – ho appena finito di lavorare a quel film tedesco, che forse non si troverà in Italia, “Bye bye Berlusconi”, molto forte ma fatto con pochi mezzi…».

Esterno luce. Mare sullo sfondo. «Dietro questa realtà di Tmo c’è l’amore per il territorio» dice Ciano di questa tv che è nata nel tinello di casa sua e nel giro di un paio d’anni è diventata una sorta di agorà virtuale paesana, gestita da un gruppo di volenterosi ora costituitosi in Associazione, senza né profitti né finanziamenti ma grazie a un conto corrente aperto ai contributi dei cittadini – spettatori. Eppure non sono mancate le liti e i sabotaggi, gli agguati e le polemiche. Amicizie nate e amicizie infrante. Mentre loro crescevano, e la gente li applaudiva. Da pirati a comunitari. Da clandestini a legittimati. “Bravi” gli dice adesso Nina, e loro annuiscono.

La televisione – finanche per gli orlandones – è stato il più adulto dei loro giochi, la più infantile delle loro imprese. Per alcuni come un demone che li ha corrotti. Avevano le loro vite, i loro dignitosi mestieri. Il loro piccolo mondo: abitudini acquisite, certezze forse banali ma solide. E poi il crac, la scintilla, il corto circuito. Il barista che li riconosce. Il vicino di casa che gli chiede la videocassetta. L’amico che vuole fare un programma. L’assessore che vuole parlargli, forse è arrabbiato, forse no. Le telestreet di oggi sono un’altra storia e un’altra epoca rispetto agli anni Settanta. Ma alcune storie della tmo gaetana assomigliano a quelle di certe pionieristiche tv private e locali di venti e trenta anni fa. Come quelli raccontati in un bel libro appena uscito, “Il mucchio selvaggio”, firmato da Dotto e Piccinini. Microscopici avventurieri traviati da una malia irresistibile. Tra militanza e corrida. Immersi nelle eterne minestre di paese. Eppure attratti nell’orbita magica del quinto potere. “Anni spesi tra l’illusione di sentirsi acrobati e il dubbio di essere dei nani”. Hanno dato le ricette del polipetto e hanno lanciato campagne contro le tonnare, hanno spiegato la storia in chiave meridionalista e hanno fatto riappassionare la gente al calcio di paese, hanno ripreso le processioni delle madonne e hanno smadonnato un paio di volte ai consigli comunali. Senza fini di lucro, confermano. Sembra di vedere un esempio di “neo-comunitarismo” all’interno di una “società liquida”, manco fossimo in un libro del sociologo Bauman. Spirito del localismo applicato alle ultime tendenze dei reality show. «La tv convince la gente, e così pure noi partimmo dallo scantinato» racconta Ciano. Se Nina ce la fa ne uscirà davvero un bel film. È un paese telegenico, verrebbe quasi da dire.

Luca Di Ciaccio • 23 maggio 2006


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