Ludik

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Cecità flessibili

Cammino verso casa nella luce obliqua del tardo pomeriggio, indeciso se sentirmi soddisfatto della vita che ho. Sul balcone di casa le mollette rosse si fanno fotografare con precisione perpendicolare rispetto all’orizzonte. Leggo libri su persone di quarant’anni, che si chiamano Roberta, che guadagnano 250 euro al mese, che sono sovrastatate dalla sopravvivenza quotidiana, infangate in lavori noiosi e temporanei, a camminare sul filo. Colpisce che in tanti giustamente si lamentano, qualcuno si lascia andare a valorose profondità esistenziali, ma quasi nessuno finisce a interrogarsi sui perché. Sui perché di questa economia assurda, sui perché di questa società che – come ha scritto Goffredo Fofi – ti fa credere onnipotente finché non esci da un’inutile scuola e che poi ti lascia nella merda. Dal sogno al bisogno passando per lo stage non retribuito. Ad ogni modo è importante non lasciarsi andare. Un mio amico mi consiglia di leggere Dostoevskij, piuttosto. Già nell'”Idiota” c’era Lizaveta Prokof’evna che si sfogava: “Puah! Tutto è alla rovescia, tutti camminano coi piedi per aria… Pazzi, pieni di orgoglio e di vanità! Non credono in Dio, non credono in Cristo! Ma siete talmente divorati dall’orgoglio e dalla vanità che andrete a finire che vi divorerete l’un l’altro, questo ve lo predico io!”. Eccetera.

Non deve essere un mondo per vecchi. Ma è pure vero che il futuro non è più quello di una volta, come dice il poeta Mark Strand. Oppure dipende da come lo si vuole guardare. A cena, Simone spiega che facendo fotografie si è accorto di come i colori in realtà non esistono, o perlomeno non è detto che quelli messi a fuoco dagli umani non daltonici siano quelli più giusti. Un’altra commensale si lamenta di come sono strane quelle storie viste dalla gente, viste da fuori, senza sapere che non esistono, non sono mai iniziate. “Pensano che coppia, e non lo sanno che non lo saremo mai e mai lo siamo stati”. Gli occhi, gli sguardi. Aveva ragione Saramago in “Cecità“: il mondo finirà quando tutti diventeremo ciechi.

Luca Di Ciaccio • 1 giugno 2006


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