Ludik

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Pensare con i piedi

Non c’è solo il gioco del calcio. C’è il gioco delle parti. Sarà stato Jorge Valdano, centravanti dell’Argentina campione del mondo del 1986, a raccontare che il cittì Alfio Basile era solito commentare con aria disarmata: “Io sono bravissimo a disporre gli uomini in campo; purtroppo al fischio d’inizio loro si muovono”. Il tempo moderno, che fugge lineare verso qualche oscuro punto del destino, scivola tra le geometrie di un prato verde. Pure se l’altra sera, su una spiaggia sabbiosa, a pochi metri dalla riva, un mio amico mi ha rimesso un pallone ai piedi e io non sono riuscito a imbroccarne una, come al mio solito, inseguendo tiri sbilenchi e sgraziati saltelloni. Poi, un’oretta dopo, ho trovato una ragazza che ne sapeva di calcio, a cui ho persino chiesto lumi sulla casistica del fuorigioco e sulla dinamica del pallonetto (questo sconosciuto), e ci siamo fiondati a vedere la partita dell’Italia in mezzo a una famigliona di camperisti, tutti intenti a scrutare i rimbalzi della palla dentro quattordici pollici della telecronaca.

Tutti presi, mentre gli undici in maglia azzurra saltellavano senza riuscire a tirar dentro la palla, al massimo raddrizzavano una gomitata incarognita all’avversario, tutti presi dall’eterna vertigine che afferra gli italiani, popolo di tifosi. Campioni il sabato, schiappe il lunedì. Euforici e poi depressi. Spocchiosi e poi flagellanti. Bulli e poi vittime. Siamo così. Disperati ma non seri, in fondo. Alle prese con l’ultimo tango e la grande purga ancora rimandata. Perché il calcio è un frammento di vita. Perfino quel calcio che campa e che schianta in mezzo al marcio e alla corruzione. Perfino il calcio babelico dei Mondiali. Il pallone rimane un’insostituibile figurina nel grande album dell’universo. Oppure nel piccolo album dell’esistenza. Da ragazzino quelle volte che giocavo a calcio ero uno di quelli che se ne stanno sempre dall’altra parte del campo rispetto a dove succedevano le cose. Oppure arrivavo quando era già troppo tardi. Aspettavo e intanto rifiatavo. Facevo pressing su qualche avversario, poi mi annoiavo. I gol erano cose che accadevano lontane, con aria vagamente misteriosa. Gli altri si abbracciavano laggiù. Quando prendevo la palla cercavo il primo centrocampista disponibile e gliela rifilavo. Che se la vedessero loro.

Nelle ultime partite in cui accettavo l’invito a giocare la mia svagatezza raggiungeva limiti degni del surrealismo. Camminavo con aria sfaccendata, le mani in tasca, in mezzo al campo. In realtà la vita ordinaria del calcio mi è insopportabile. Attendo solo quei momenti in cui il destino capitombola all’incrocio dei pali, o giù di lì. La rotondità impunita della palla. Il salto del cavallo, quel tiraccio da distanza improbabile, quel dribbling insistito a dispetto di tutti i canoni e i moniti. Robe che radrizzano una comitiva di amici, o fanno montare la testa a un paesino di provincia, o stordiscono una nazione. Quelle sincronie delle azioni perfette che però sempre sono sul punto di naufragare. Basta una zolla fuori posto. O la distrazione di un attimo. Fossi un calciatore me ne starei fermo lì, in quel volo miracoloso. Edmondo Berselli, nel libro “Il più mancino dei tiri”, raccontava dello “Schema Accanito” di Nereo Rocco. Nel chiuso degli spogliatoi prima di un match clou, all’epoca del suo Padova, fissando i suoi giocatori con gli occhi che fiammeggiavano, intimò: “Ragassi, qualsiasi cossa se move ‘n campo, déghe!”. Per poi aggiungere, stringendosi nelle spalle: “Se ‘l xè el balon, pasiensa”.

Luca Di Ciaccio • 19 giugno 2006


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