Ludik

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L’azzurro dei desideri

C’è un piccolo dolore alla schiena, un brivido vertebrale che scivola via, prima dell’ultimo rigore. Negli occhi tuoi voglia di vincere, come direbbe quella canzone di una vecchia estate incompiuta, una delle tante. E le mani davanti agli occhi, per vedere e non vedere. Per non lasciarsi accecare: dall’abisso o dalla gloria. Ragioni grandi e piccole, zolle di terra, aliti di vento, traverse, sudori, scarpe appuntite, milioni di ragioni, ragioni imprevedibili, curve del destino. Tutto insieme. Mentre sei lì: con le birre fantozziane, gli amici, l’insalata di riso, la cugina irrequieta del tuo amico, la finestra che affaccia su un paese col fiato sospeso. E insomma, alla fine, in una notte di metà luglio di questo storto e contorto duemilasei, con la luna piena, i campioni siamo noi.

Campioni del mondo, senti come suona bene dirlo. Senti come è bello abbracciarti senza conoscerti, abbracciarti come se ti amassi. L’Italia è campione del mondo, ancora, ridillo, non pensavi fosse una cosa che appartenesse alla tua vita. Una cosa da vivere davvero, vivere di vita mica vivere di tivù. Non pensavi che un giorno tutto quel magone orrendo potessi buttarlo via dal gozzo. Campioni pure noi, gente strana, ragazzi a bocca aperta e con gli occhi spalancati, adulti abituati allo sguardo amaro che ora si commuovono tutti. Campioni anche noi. Noi che non sappiamo segnare, che non abbiamo mai imbroccato un passaggio nei campetti di provincia. Noi che sappiamo che al mondo ci sono cose più importanti, che la vita sta da un’altra parte come leggo pure oggi sui fogli di giornale, “a Gaza, a Bagdad, in qualche metropolitana di grande capitale occidentale”.

Ma oggi non sappiamo più nemmeno noi chi siamo. Troppo forti, troppo fortunati, troppo agitati per capirlo. Non sappiamo ancora se crederci o no. Ma intanto godiamo, cantiamo, ci tuffiamo nelle fontane più belle, mezzi nudi. Nell’acqua “gelida e putrida” del fontanone di Trevi, pieno di mutande, vuoto di monetine. Avvolti nel bianco, nel rosso, nel verde. Sentirsi come l’ultimo giorno di scuola, quando esci fuori come un razzo, e corri, e vai a giocare a flipper. Come fosse anche la festa dell’ultimo giorno di un calcio che chissà dove ritroveremo, perso nelle sue ignominie, appeso ai suoi torvi burattinai.

Ma qui, ora, è tutto un clacson e lo sarà per ore ancora, come per ritardare l’inizio di un lunedì che sarà più amaro di questa domenica. Il treno dei desideri, finalmente, per una volta, non più all’incontrario va. E degli sconosciuti sembrano sorriderti da dietro un lunotto un po’ sporco. Adesso puoi urlarlo senza remore: campioni. Alla faccia di quel cretino di Zidane. E guardarla negli occhi: questa nostra amata squadra di asini e gregari, figurine stropicciate che si fanno eroi, cercando quella risorsa che se ne stava nascosta in fondo all’abisso dell’ultimo minuto. Ti guardi allo specchio, all’alba di una notte pazzesca e puoi dirlo: certo che bisognava esserci. E viene in mente quello striscione portato al cimitero di Napoli, ai tempi dello scudetto: “Che vi siete persi”. Eh si, campioni del mondo. Suona sempre bene. Dillo ancora, che tanto domani è un altro giorno. Mentre ti corichi con la finestra aperta e un sottofondo di trombe e po-po-po-po-poooo.

mondiali2006

Luca Di Ciaccio • 10 luglio 2006


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