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Dammi tre parole, oppure un po’ di anni

Io, in un giorno di luglio di cinque anni fa, guardavo al futuro con ostinata e affettuosa fiducia. Di sera vedevo film in bianco e nero, di giorno scrutavo costumi molto colorati. Ogni tanto mi dedicavo a questa cosa strana e nuova che si chiamava “blog”. Facevo il vice bagnino in una spiaggia di Gaeta, in certi pomeriggi pigri e afosi. Cambiava il governo e finiva la scuola: sia io che la maggioranza del Paese – pur pensandola diversamente – ci attendevamo qualcosa, nuovi miracoli perlomeno. E a un certo punto di quell’estate che trasudava indecifrabili attese, “qualcosa cambierà, vedri che cambierà”, si poteva davvero essere incerti – come racconta Leo – se andare alle barricate o andare al mare.

Noi stavamo al gioco. “Ed è vero che c’erano barricate e striscioni e scritte ai muri, ma sugli stessi muri, ovunque, sorrideva indifferente Megan Gale. Ed è vero che si cantava Manu Chao e Bella Ciao, ma la canzone che più si sentiva dalle finestre rimaneva un’altra”. Facevamo castelli di sabbia in una stagione movimentata, ma li tenevamo così, mezzi disfatti, un po’ approssimativi, innaffiati di bei pensieri. Poi qualcuno cominciò a dire che si andava alla guerra e per questo si cimentò con scudi di pexiglass, manganelli televisivi, proiettili veri. Quel luglio di cinque anni fa non presi nessun treno per Genova, e ci mancò poco. Forse mi andò bene, forse mi mancò. Finii per rimanere un pomeriggio davanti a uno schermo, quando Carlo Giuliani morì, a chiedermi in che Paese vivevo. Come se prima si fosse scherzato, e ora non si potesse più scherzare. Fino a che è punto era andato il gioco? Allora le telecamerine raccontarono tutto, ma oggi un videofonino potrebbe far vedere l’immagine del carabiniere che spara già un secondo dopo.

Cinque anni sono passati. Da Genova. Il mondo poi ha girato velocemente, pericolosamente, fin troppo. Fu come una botta in testa su noi che ci eravamo affacciati al mondo, un minuto prima della valanga. Quell’estate un po’ psicotropa la continuammo a passare tra suoni di canzonette stupide che ascoltavamo alla radio e brandelli di sevizie e torture e calci in mezzo alle gambe che leggevamo sui giornali, che raccontavano di una caserma italiana di periferia dove per 48 ore “sembrava di essere in Cile”, anche se noi in Cile non ci siamo mai stati, o non eravamo nemmeno nati. Rivedemmo quel cartello appeso in una scuola, “non lavate questo sangue”. E intanto le radioline cantavano ancora quella canzoncina lì: “Tra la terra e il cielo e in mezzo ci sei te, a volte è solo un velo, un giorno, un fulmine, se hai dato, dato, dato, avuto, avuto, avrai, oggi è già piovuto, dove sei, dove sei, dove sei. Dammi tre parole…”.

Luca Di Ciaccio • 21 luglio 2006


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