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Ve lo immaginate il Gay Pride a Gaeta?

Sotto l’ombra del baretto, tra avventori di passaggio tra un campeggio e un falò, distratti da notizie belliche, emozionati dalle colate laviche organizzate dall’ex premier in villa, magari un po’ presi dai viaggi nostri, si discute animatamente se i gaetani hanno un’anima, casomai transgender. Il gay pride, e per giunta “nazionale”, a Gaeta? Francamente alla proposta dell’affezionato comitato di bagnanti gay nudisti non ci crede nessuno, ma ve lo immaginate che fantastica botta di vita sarebbe per la nostra pigra fortezza decaduta? La visionarietà metrosexual si ravviva di fronte a un frullato alla fragola. Ve le immaginate le vecchiette borboniche ai balconi battere le mani al ritmo della compilation della Carrà? Ve lo immaginate il menestrello Cocchetto intonare in allegria uno “sciuscio” speciale insieme a tante nuove amiche con voci viziate da nuovi ormoni? Ve lo immaginate il rotocalco della tv di paese annunciare l’evento con I Will Survive in sottofondo? Certo, bisognerebbe mettere in conto pure qualche infarto parrocchiale e qualche mugugno destrorso, ma suvvia, il momento sarebbe comunque storico. E già par di vedere talune indignate reazioni. A quanti e quali smatarazzamenti toccherà assistere al probo consigliere Udc Matarazzo, in prima fila per difendere “l’identità cattolica” dei gaetani? Quanto si moltiplicherà il lavoro di quel zelante consigliere di An che già a ferragosto minacciava di andare all’Arenauta a picchettare, forse uno per uno, certi impudici piselli? E quante righe vibranti di cristianissima offesa toccherà scrivere a un virtuoso amministratore della sezione locale di un noto quotidiano provinciale?

Sui tavoli, intanto, si moltiplicano copie e copie del Messaggero del litorale. Avventori più dotti ci ricordano che nella più primordiale delle simbologie il mare è l’utero, è il grembo della madre, è l’origine del mondo, è l’umore dell’amplesso. Secondo la psicanalisi postfreudiana anche la pulsione sessuale “dopo la catastrofe del prosciugamento dei mari”, dopo l’emersione delle terre, è “un sostituto della vita acquatica perduta”, una “lotta per procurarsi l’umidità che sostituisce l’oceano”. Chissà se ne sono consapevoli pure i cacciatori da dune e le prede nascoste di certe piccole rive ciottolose di ponente.

Dove la costa sud-laziale si impenna e diventa roccia, nudisti e gay e anime dannatamente libere sono frequentatori abituali di un angolo di spiaggia all’Areanauta, trecento scalini da scendere solo per arrivarci, miracolosamente scampato alla privatizzazione del piano spiagge e a qualche scempio edilizio poco lontano. “Veniamo qui da decenni, non diamo fastidio a nessuno, ci trattano come criminali” dicono. I poliziotti privati li hanno rincorsi, i vigili li hanno multati. Dai muri gaetani ringhiano manifesti del partito cattolico e del partito di destra che “nudisti e gay” sulle spiagge non ce li vogliono, che andrebbero “cacciati”. “Le spiagge alle famiglie” dicono certi politici. Proprio così. Forse le “famiglie” sono quelle con cui spartire quel poco di spiaggia non ancora colonizzata. Poveri naturisti, coi loro piselli oltraggiosi al pudore e le loro tasche vuote oltraggiose allo sviluppo economico. Corpi che si consegnano docili al sole e al mare, sguardi smaliziati, passeggere passioni.

I costumati moralizzatori, gente che nessuna prima pietra potrebbe scagliare, ora così turbati da qualche chiappa all’aria aperta, seduti in braghe corte sui loro balconi, purtroppo sono bravi a imbiancare un paese che ormai è tutto un sepolcro. Il loro mal di mare è il malessere dell’impotente, la nausea del frustrato. Il nostro mal di mare è una visione stregata di un bel paese alla deriva. Certo però, sospira qualcuno, ve lo immaginate il carro del Muccassassina solcare il lungomare lanciando coriandoli?

Luca Di Ciaccio • 18 agosto 2006


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