Ludik

un blog

Rimini non era Hollywood

Eppure, da piccolo, per qualche giorno, Rimini deve essermi sembrata come Hollywood. O giù di lì, agli occhi di un ragazzino in età prepuberale, che gironzolava tra i viali di un parco divertimenti svuotato e in mezzo alle transenne di un set televisivo che pareva l’armata Brancaleone. La riviera romagnola, quell’esile striscia sabbiosa di sopravvivenze e intortamenti, già me la ricordavo prima delle gite di scuola tossiche, e prima delle vacanzelle sfigate, me la ricordavo come luogo mitologico di infantili infatuazioni per le disordinate vite dello show-biz de noantri. Metà anni novanta, il Paese stava sempre al guado tra euforie e depressioni, e per giunta i reality show dovevano ancora inventarseli.

Tutto mi doveva sembrare molto californiano: le luci, il caldo, il ciak, le elettromotrici, i camper, le attrici truccate, i riflettori, gli intrallazzi nelle roulotte, gli attrezzisti, i copioni stropicciati, le pile di schermi. Invece altro non erano che dei pomeriggi afosi a Viserba, nel mezzo di una stralunata produzione della Rai Tivù, affollata di capistruttura canaglia e avanzi catodici, a cui mio padre era stato incredibilmente invitato come figurante, senza saperne quasi nulla, e con generosa concessione di imbarcarsi la famigliola al seguito. Il tutto si svolgeva tra le quinte un po’ surreali del parco tematico “Italia in Miniatura”, pieno di duomi e lagune e colossei e stivali in formato mignon, assurti a sempiterna gloria per avere ospitato le mossettine e gli strass di Raffaella Carrà nella sigla di un vecchio varietà anni Settanta, con lei che intonava il celebre ritornello: com’è bello far l’amore da Trieste in giù e – spatapum! – mossa di caschetto.

Così mi ritrovai circondato da una variegata compagnia in quel mondo nano, lì radunata a sbafo della tv di stato, per la realizzazione di un programma sballato, una kermesse delle ambizioni perdute, sfuggita a chissà quale espediente del sottobosco Rai. C’era una ballerina dal trucco pesante che mi coccolava, un musicista demenziale di balera che mi regalava le sue musicassette, un presentatore con la testa piena di gel che mi chiedeva continuamente cosa volessi fare da grande. L’anziano regista bestemmiava selvaggiamente nonostante un paio di bypass, tutti gli disubbidivano, e a quanto pare celava una tresca con la produttrice, e pure una moglie che lo cercava furiosa. Gli attrezzisti raccontavano barzellette sporche.

La presentatrice, in short ridottissimi, cercava invano un divanetto per riposarsi. La sera accompagnavamo in albergo il signor Toppetti, baffuto cabarettista brizzolato dagli occhi gonfi, che ci confidava le sue pene d’amore, e poi lo vedevamo allontanarsi come una Gloria Swanson sul Viale del Tramonto. Fu in quei pomeriggi riminesi, fra i profumi stordenti delle lacche e dei trucchi, fra papà che si chiedeva “cosa ci faccio qui?” e mamma che pensava “quanto sono matti questi della tivù”, che provai l’eccitazione del mondo dello spettacolo, la fatica e la seduzione di una maschera sudata. Il conto dell’albergo ce lo pagò la Rai. Nessuno, ovviamente, vide mai quel programma in tv, e nessuno sa in quale cassetto dell’azienda finirono quelle note spese. Da quel giorno, per lunghi anni, non misi più piede in Riviera. E i miei si decisero a pagare il canone.

rimini

Luca Di Ciaccio • 31 agosto 2006


Previous Post

Next Post