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Passa un autotreno carico di multe

Passa correndo lungo la statale un autotreno carico di multe. Adelante, adelante, boccheggiando nel caldo del litorale, nelle mete immaginate ma non prenotate, nei baracconi e nelle bancarelle, nelle fabbriche chiuse e nelle lampare affondate, nella sabbiosità di un popolo nervoso e facile alla zuffa. “La festa è finita” titolava La Stampa pochi giorni dopo la vittoria dei Mondiali, ricordandoci del nostro Paese sempre a doppia faccia, che dopo la vittoria a pallone deve ricordarsi di affrontare lo scandalo di chi il pallone se l’è rubato. Così torno nella mia cara vecchia provincia sudata e sono due le immagini tormentone, un po’ mosse, un po’ svaccate, che vedo e rivedo sulla tv di paese, che danno il tono a questa stagione. La pazza festa dei Mondiali, non tanto la partita quanto piuttosto la faccia di quelli che, nei bar e nelle piazze, la guardavano, e soffrivano, ed esultavano. E poi la pazza rissa del consiglio comunale, le urla come in un bar, il sindaco che scavalca le sedia avvampato dall’ira, le mani violente sulla telecamera. Sui giornali, in cronaca locale, domina invece la caccia all’autovelox, le multe che fioccano come un temporale, i cittadini fulminati che protestano, qualche novello capopolo che si indigna, i giudici che non sanno che carte pigliare. Un Paese così: a metà tra Previti che fa il martire e Gassman che fa le corna.

Nel mitico road movie americano “Punto zero”, il protagonista Kowalsky intende dimostrare qualcosa a se stesso sparandosi un bel “coast to coast” a centoventi miglia all’ora. È la variante americana del nostrano “da casello a casello” che per decenni, soprattutto all’apice dei boom economici, ha visto impegnati schiere di padri di famiglia. Oppure dell’ancor più locale “da municipio a municipio” che ci affanniamo a percorrere sulla nostra storta litoranea del Lazio Sud, tra Appia e Flacca. A occhio, la distanza tra le due mitologie è la stessa che separa il western dalla commedia all’italiana. Oppure, in termini più assoluti, il senso della libertà da quello della furbizia. Ma tant’è. Anche se, in fin dei conti, come scrisse Michele Serra, schiantarsi a duecento all’ora su una Mustang sbucando da un canyon e farlo a ottanta all’ora su una Punto davanti a una pizzeria di Torvaianica basta ugualmente per morire. Questa storia di multe e di strade, di ingorghi e di sorpassi, in verità ci dice molto di come stiamo messi. E allora, adelante, adelante. C’è un uomo al volante, come in quella canzone di De Gregori. E si affaccia dal finestrino del suo coast to coast stra-pontino: e vede gli scheletri abusivi della piana fondana, e vede quella Sperlonga sfregiata per sua stessa mano, e vede il mare impuro di cozze del golfo gaetano, e una dozzina di nudisti circondati come criminali, e vede i mille porti incompleti di Formia, e un Principe assediato nella sua torre, e vede Minturno dove il turismo è faccenda da ordine pubblico, e rapine in banca, e il sindaco non annuncia delibere ma avvisi di garanzia, e vede scivolando la Domitiana, la Campania imbruttita, di mozzarelle e di illegalità. Adelante, adelante, mentre le macchinette scattano, le multe impazzano, le velocità dei contachilometri non sono quelle che sembrano. E tutto sembra davvero assomigliare a quella “terra senza misura” cantata da De Gregori, “che già confonde la notte e il giorno, e la partenza con il ritorno, e la ricchezza con il rumore, ed il diritto con il favore, e l’innocente col criminale, ed il diritto col carnevale”.

I fulminati dalle macchinette anti-velocità, infatti, sollevano la questione di un paese sregolato, dove tutto sommato il concetto di “legge” si perde in un ginepraio di opinioni e di sentenze, di inghippi e di cavilli. Presso altri popoli, probabilmente, funziona meglio un altro principio, quello dell´autodisciplina, del rinunciare alle infrazioni non perché si tema che il papà ti sgridi, ma perché non si fa e basta. Ma, qui da noi, i cartelli e gli autovelox e i verbali della polizia stradale non assomigliano più a tavole della legge da rispettare. Diventano la base d’asta di infinite contrattazioni private, il copione di un mercimonio tribale tra prepotenze dei singoli e astratti poteri della collettività. Anche il contachilometri ormai pare ridotto a una delle tante commedie sociali, di cui tutti conosciamo la finzione. Sicché è vero che gli automobilisti che superano i 130 all’ora mentre vanno ad abbronzarsi in costiera o a comprare il latte a mammà sono dei folli e dei pirla. Ma è pure vero che quei piccoli Comuni che lucrano piazzando autovelox tra le fronde dove ci sono limiti di velocità demenziali sono dei grassatori. Adelante, adelante, in un Paese dove fidarsi non è mai meglio. Perfino il più salomonico dei giudici di fronte alla scelta tra quegli amministratori comunali che piazzano dieci autovelox con limiti assurdi su strade per nulla sicure e quei cittadini che si vanno a inventare le macchinette per metterli fuori uso con qualche raggio misterioso, perfino quel saggio giudice si arrenderebbe alzando gli occhi al cielo (più o meno come già succede ora, negli uffici dei giudici di pace sommersi da ricorsi e controricorsi).

Pure qui, nel mondo d’asfalto, sembra aver ragione Baudrillard: non c’è più la realtà, esistono solo simulacri. Immagini di immagini. Nel frattempo i pericoli della strada, purtroppo, non sono affatto virtuali, e il tributo in vite umane fin troppo reale, fin troppo alto, e non c’è autovelox che tenga. Kowalsky non c’entra niente. Noi che torniamo nel Golfo, in questa lunga estate calda, ci ritroviamo sempre avviluppati alle stesse strade, alle stesse destrezze. Sogniamo littorine su ferrovie ormai mezze sepolte, lanciamo in aria visioni di navi che solchino il mare come una strada, costruiamo rotatorie di inutile perfezione, ci innamoriamo di eccezioni che non confermino le regole, di sindaci e calciatori. Alla faccia di tutti i prodismi a ricordarci che dobbiamo rimboccarci le maniche. Adelante, adelante, il destino è distante.

mezzi di trasporto

Luca Di Ciaccio • 2 settembre 2006


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