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Alle sette della sera avevo un’altra lezione di scuola guida. Unico appuntamento in un pomeriggio senza nuvole, per un fresco invitato nell’età adulta. Ora tutti dicono di ricordarsi dov’erano quel pomeriggio di settembre, e sono passati cinque anni. Com’è stato che ti sei staccato da quella storia inverosimile di aerei e grattacieli, pronto dove sei?, ma va via lasciami perdere, già oggi è una giornata difficile, guarda che non c’è nulla da ridere, però certo sembra un film, ma no, dai ti giuro che è vero. Ti giuro che è vero. A New York erano le 8 e 46. La cosa principale che mi ricordo non è tanto dove fossi quel pomeriggio, ma dove me ne andai. Uscii di casa alle sette di sera con gli occhi stanchi, perché non avevo più voglia di farmi avvinghiare e strozzare dai punti interrogativi. E me ne andai a lezione di scuola guida. Fu una lezione utile: ci insegnarono come stare attenti alle sbandate, come tenere dritta la corsia, come non farsi prendere la mano da certe sterzate. Basta un attimo e sbandi, chi se lo scorda. “Mi sono svegliato stamattina davanti a un cielo vuoto” canterà, non molto tempo più tardi, Bruce Springsteen.

Allora ci si chiedeva: dove sta andando il mondo? In molti negli anni successivi hanno tentato, con le buone o con le cattive, di spiegarcelo. Quando la Storia ti da uno schiaffo ci metti un po’ a riprenderti. Oskar Schell, il bambino di sette anni protagonista del romanzo di Safran Foer “Molto forte incredibilmente vicino”, ossessionato dall’ultimo reperto del padre, incenerito in una delle due torri, si mette a inventare cose per cambiare il mondo. Aerei ghiacciati, che sarebbero al sicuro dalle rilevazioni termiche. Ambulanze lunghissime, che colleghino ogni palazzo a un ospedale. Paracadute nel marsupio. Grattacieli costruiti con parti mobili, che possono riaggiustarsi da soli quando ce n’è bisogno, e persino aprirsi dei buchi in mezzo per farci passare gli aeroplani. Oskar, alla fine del romanzo, capirà che è impossibile trovare un senso, oppure premere il tasto “rewind”. Riscattare le nostre vite dall’insicurezza. O la storia umana dal dolore.

Tante volte mi sento inebetito, come quei vecchi descritti dal piccolo Oskar in una strada di New York. “Un paio di vecchi erano seduti davanti a un negozio, su delle sedie. Fumavano sigari e guardavano il mondo come se fosse la televisione”. Come scriveva Josephine Hart in “Ricostruzioni”: “Ma noi non ringrazieremo mai nessuno per averci ricordato che il ballo continua e sempre continuerà. Anche se, per andare a tempo di musica, dobbiamo scavalcare dei cadaveri”. Una volta ho letto un reportage sulla pulizia di Ground Zero, e su dove fossero andate a finire le macerie. Dice che la Cina e soprattutto l’India acquistarono l’acciaio delle Twins per farne elettrodomestici. Qualcuno, a New Delhi, spadella senza saperlo su un pezzo di grattacielo.

Lo hanno già girato in tanti come volevano, quel giorno livido. È il centro della storia, oppure uno schiaffo improvviso. O una cosa che non ci importa capire, sepolti come siamo da macerie di ottusità. Ne scriveva Gabriele Romagnoli pochi giorni fa: “Siamo tutti a rischio di diventare manichei, di rinunciare a pensare, di provare compassioni unilaterali, di soccombere alla barbarie intellettuale dei clerici e dei laici disinformanti e frustrati dalla miseria delle loro esistenze asessuate e prive di ogni terrena, misera ma irrinunciabile felicità. Quel poco che ci viene concessa: accarezzare un gatto, sentirsi favolosi”. Questi anni sono stati pieni e impietosi, tutti hanno parlato della “storia che cambia” ma nessuno ha saputo trovare una carta stradale del futuro. La cicatrice, da quell’undici settembre, è indelebile. Stare attenti a non sbandare è diventato un comandamento. Anche se io quella volta ottenni la patente ma smisi di guidare.

Luca Di Ciaccio • 11 settembre 2006


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