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Spazi interni di San Lorenzo

Trascino buste della spesa o reggo bicchieri di birra, sempre con la stessa calma, poco appassionata. Certi giorni San Lorenzo è un quartiere che fa sentire bene, ti prende per quello che sei, con le tue miserie e le tue fatiche e i tuoi disordini. Pure se capita di alzare gli occhi al cielo e mettersi a seguire il profilo diroccato delle case bombardate, che stanno lì, dalle undici di una mattina del luglio quarantatre. Cicatrici di chi ha combattuto, e non ci tiene a ritrovare una pelle da neonato. Adesso c’è una ragazza, all’angolo della strada: parla al telefono e ogni tanto alza gli occhi al cielo.

La luce del telefono lampeggia, in alto c’è un aereo che pure lui lampeggia. Sta partendo o sta atterrando? Ma sembrano solo passaggi. Come tante cose: le chiacchiere col primo che passa, gli amori rubati senza aprire gli occhi, i quotidiani letti la sera, un attimo prima di diventare inutili. Come tutte le persone conosciute appena: non c’era tempo ma magari valeva la pena di perderci un secolo in più. Come gli interni delle case visti dalla tangenziale est, che passa un po’ qui dietro: per un momento ti intrometti nelle loro vite, potresti tuffarti nei loro piatti. Per una sera nel quartiere fanno una specie di festival, e allora aprono alcune case. Spingi il portone ed entri, ti fai strada nei corridoi. In una casa, affacciata su un cortile a ringhiera, c’è un tavolo pieno di bicchieri tra cui scegliere quello più amato e perché. Nella stanza sul retro invece tengono la tv accesa.

Se dovessi auspicare un ritorno al passato – ho appena scoperto in un test – gradirei la scoperta che lo schermo piatto al plasma sia cancerogeno e un immediato ritorno al tubo catodico che produceva il puntino all’atto dello spegnimento, e quindi portare i propri nipoti ad osservare questo strano evento. In un angolo della casa c’è un pesce rosso nella sua boccia d’acqua. Tom, che fa lo scienziato a Londra, in un racconto dice: “Lo sapevi che i pesci rossi hanno una memoria cortissima? Secondo la maggior parte degli studi appena tre secondi. Fanno il giro della loro bolla e quando tornano da dove sono partiti hanno già dimenticato ogni cosa. Per questo possono continuare all’infinito. Ogni volta è una cosa nuova”.

Luca Di Ciaccio • 26 settembre 2006


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