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Tondo di mandibole ornato di vertebre

Sulla via che fu della dolce vita, e delle vite perdute per sempre, i semafori sono rossi. Non ci sono clienti da risucchiare nè per i camerieri in livrea nè per le passeggiatrici in abito da sera, nessuna contrattazione, nessun accordo in vista. Piuttosto, in questo pomeriggio da termosifoni, ce ne andiamo in mezzo ai morti. Nella cripta dei cappuccini, che è cosa mirabile e un po’ nascosta. Raccapricciante barocco romano. Nella chiesa accanto i frati raccolgono oboli per la beatificazione di Padre Mariano, che s’affacciava dalla terrazza della televisione ai tempi del bianco e nero penitenziale. E concludeva ogni sermone, ogni discorso, col suo marchio inamovibile: “Pace e bene a tutti”.

Pure quella memoria pare divenuta un fossile, di un degno paese che vive in mezzo ai fossili. Vi ricordate i “cadaveri ecellenti” visti nel film di Francesco Rosi? Morti inchiodati alle proprie nicchie, con gli abiti del proprio mestiere: notai, ufficiali dell’esercito, diplomatici borbonici, sergenti garibaldini, e quant’altro. Tutti quelli che la battaglia grossa credevano di averla fatta. Ma questo luogo qui, ho letto da qualche parte, “è in grado di custodire sia la barba bianca e riccia della memoria, sia i post-it giallini del presente”. Entro e nascondo le mani nelle tasche. La gente attorno parla, parla, non smette mai. La morte diventa astrazione pura. Il fallimento si tramuta quasi in gloria. “Mondrian in luogo di Munch” secondo Fulvio Abbate. Le ossa come un fantasmatico Lego.

Cosa gli è preso a questi monaci? Ossessione o fede profonda? Vertebre, bacini, costole, femori, astragali, tutto questo ben di Dio, cartilagini comprese, serve a comporre ornati e decorazioni delle cripte, incollati un pezzetto dopo l’altro ai muri e sulle volte. C’è la vanità del tutto, ma pure l’utilità del non buttare via niente. Un fregio di vertebre pendente. Un baldacchino di bacini. Un rosone di sette scapole. Un formicolio di tibie. Non si capisce se segni di sconfitta o segni di vittoria. Oppure nulla, proprio nulla, solo un ornamento irrefrenabile, una perizia inutile. Ci salutiamo lì dentro, sotto un tondo di mandibole ornato di vertebre. Ci avviamo a passi veloci davanti a uno scheletro che sul palmo della mano mostra un cranio alato. Non immedesimatevi nelle ossa, pare dirci, immedisimatevi in coloro che ce le hanno messe, una ad una. Scriveva Jacques Brel, nel sessantotto: “Io arrivo, certo che arrivo, ma non ho mai fatto altro che arrivare”.

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Luca Di Ciaccio • 3 novembre 2006


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