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Blues gaetano del Capitano defenestrato

Il Capitano è caduto, giù nel mare agitato di provincia. Defenestrato, pure se nessuno più lo trova. Tradito, perfino dai suoi. Il Capitano faceva il sindaco, ora chissà che altro sa fare, ma la campagna è lunga e la memoria è corta, si può sempre ritentare. Tirava aria di bufera ai piani alti del municipio. La sedia vuota era già un presagio. Tutto accade d’improvviso, nel paese con la p minuscola, cioè di un’improvvisazione che lascia sconcertati. Non si faceva trovare il Capitano, mentre risuonava la sua ultima canzone. Mentre i consiglieri urlavano, e già fremevano le mani: “Mandate i vigili a cercarlo!”. Ma allora – ribatteva il professsore giù a sinistra – come lo chiamiamo questo, “saremmo mica in un colpo di stato!”.

E la tv di paese riprendeva tutto, e poi magari se lo rivenderà in esclusiva alla tv di provincia, e poi, poi più in su basta, a chi vuoi che interessi questo blues del Capitano defenestrato del basso Lazio. “Se il sindaco non arriva allora ce ne andiamo tutti a casa” urlava uno. “Bravo, giusto, dammi il foglio, passami la penna, che firmo” rispondeva l’altro. E’ il coraggio che arriva, giusto ai tempi supplementari. Ma dove vanno senza di me – esternava qualche giorno fa, nel mezzo di un tappeto rosso – che io sono di destra e pure di sinistra, alzo le multe e abbasso le tasse, son benzinario e anche pompiere, con una tasca piena e l’altra vuota.

E ora, il Capitano? Nascosto in qualche stanza a doppia mandata del Municipio avrà pensato che in fondo aveva ragione Moliére, anche se non aveva idea di chi fosse, “tutto è ingiustizia, tradimento, intrigo, interesse, doppio gioco e vizio”. Avrà pensato che non gli bastava proclamare, “dove andate senza di me”. Il potere ha mille strade, il tradimento una scorciatoia in più. Lo so, lo so, è lui che ha tradito il paese. Il tiranno cacciato via dai maggiordomi. Ma ora è lui quello caduto giù. Appena poco meno mediocre di quelli che gli si affollano intorno, ieri per compiacerlo, oggi per pugnalarlo. Dai Capitano, la musica non è finita. Ti avevano avivisato che c’era un unico spiraglio alla crisi politica: levarsi dai coglioni. Ora starai nel bar del Municipio di fronte al mare, ti proclamerai Duca del Follaro e sparerai ai passanti con una carabina. Falla suonare, falli votare, il pallone è ancora da gonfiare.

Luca Di Ciaccio • 14 novembre 2006


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