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Senza cerca’ permesso, ballo io pure

La bottiglia del vino “Rosso Rè”, con la sua prode faccia di guappo impressa sull’etichetta, l’avevo appena stappata. Con grande apprezzamento dei presenti alla cena, una raffinata compagnia d’uommene scicche e femmene pittate. La vita assomiglia alla sceneggiata, quando cerca disperatamente ragione di se stessa. Quando pretende un po’ di nobiltà nelle miserie quotidiane. Il vino poi, un rosso sarracino, è lo stesso che un paio d’anni fa sponsorizzò la festa paesana della Madonna di Portosalvo, sul palco di piazzetta delle Sirene, a Gaeta. Vino aspro. Fu solo allora, e come dimenticarlo, vedendo Mario Merola sul palco della festa, che una certa morente identità sudista e sudata che aleggiava nell’aria ritrovò il suo giusto tono drammaturgico: a metà tra la sceneggiata e la patacca.

Sullo stesso palco dove si era appena conclusa la santa messa, quell’autentico mostro sacro della bassa provincia italiana si esibiva e cantava, mettendo in scena la Napoli di emigranti e carcerati, madri piangenti e mandolini, di ragù e di malavita, quella napoletanità da melodramma eccessivo e sentimenti smodati che molti napoletani amano e molti stessi napoletani sensibilmente detestano. La sceneggiata di quella sera fu davvero merolesca, disarticolata e senza mediazioni, quasi surreale. C’erano gli ex-voto e le bottiglie di vino, c’era o’ sindaco, “che bello guaglione” gli diceva Merola e gli dava – toc! – un pizzicotto sulla guancia, c’era ‘a sciantosa di origine cubana, c’erano comari e compari in vacanza, c’era ‘a pizza e l’impepata ‘e cozze, c’era pure o’ fabbricante del vino, che da buon fedele s’era comprato la Madonna e la offriva ai suoi compaesani.C’era un’anima soprattutto, pure se in fondo alle tasche era piena di trucchi e di patacche.

“Chesta è ‘na festa ‘e ballo… e ‘j ca’ so sceso a copp’ o sciaraballo, senza cerca ‘o permesso abballo j ‘pure”. Bevemmo tutti, alla salute. Raccontano i suoi biografi che, in un teatro napoletano negli anni Ottanta, Merola superò se stesso. A un certo punto della sceneggiata, sul palco, capì che l’uccisione d’o malamente quella sera aveva particolarmente aizzato gli animi della platea. E allora lui, con il morto ancora fresco di recita, cambiò il copione e gridò: “Nun ve preoccupate, mo ve lo uccir n’ata vota”. E se ne venette giù il teatro. Ecco, adesso viene da pensare alla ferocia residua di questa terra di lazzari, di questo marginale immaginario di “zappatori” e “fotomodelle un po’ povere”. In questo meridione fottuto che un tempo era il più guappo, e ora ha perso pure tutta la guapparia.

napoli

Luca Di Ciaccio • 15 novembre 2006


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