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La notte nei paesi ai confini di Gomorra

“Esiste un posto dove nascere comporta avere colpa”, scrive Roberto Saviano. “Non lo conoscono che le persone che vi abitano, perché tra colpevoli ci si conosce. Tutti colpevoli, tutti assolti. Ma chi non ha cittadinanza in questo posto, ignora questo luogo”. Noi siamo nati a poca distanza da quel posto, un po’ di chilometri più a nord, oltre il fiume denuclearizzato, oltre il binario regionale, e quindi ci crediamo innocenti. Per noi la Gomorra descritta da Saviano, un giovane scrittore che sta pagando il prezzo di quelle pagine con la sua libertà, è un odore lontano, un’aroma in cui sforziamo di non riconoscere nemmeno una goccia del nostro sudore, una puzza che tentiamo di dissimulare alzando le narici.

Ci dimentichiamo delle nostre porose linee di confine. Ci dimentichiamo della strada che ci porta verso sud, dei quartieri con le cubature triplicate, delle villette mai finite, dei vialoni con i centri commerciali più grandi d’Europa, dei mercatini dei russi, dei centri storici sbreccati e intasati di macchine. O di quella villa in zona Ariana, “mausoleo imperiale posto a guardia delle proprietà dei clan”. E quando leggiamo il libro che racconta le terribile storie di quel paese così vicino e così lontano, quel “viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”, così tanto venduto nelle nostre scarse librerie, lo leggiamo come se parlasse di un posto a mille o diecimila chilometri da casa nostra. E di questo “paese dei colpevoli” finiamo per pensarne quello che in fondo pensano tutti: cioè che si ammazzano tra di loro.

Così la nottata sarà molto lunga, in quei posti dove nascere comporta avere colpa. Dove un padre ti insegna a sparare, perché un uomo senza pistola e con la laurea è solo uno stronzo con la laurea, e un uomo senza laurea e con la pistola è solo uno stronzo con la pistola, mentre un uomo con la laurea e con la pistola, lui si, è un vero uomo. Dove i colpevoli hanno le stesse facce degli innocenti, si rifugiano dietro un’occhiata storta e non sai mai cos’hanno in tasca. Dove ogni affermazione è misura del dominio, potere sugli altri, unica benzina in grado di carburare la vita grama. Intanto arrivano sui giornali le notizie su Napoli, le emergenze della Campania, i racconti della Gomorra, le descrizioni analitiche del Sistema. E piovono sulle pagine come un kalashnikov che scrive sui muri, come forellini tutti uguali sulla superficie di una vetrina.

Gomorra può uccidere, uccide, nel paese dove comandano i morti. Racconto di viscere, organi interni, sparpagliati e dilaniati dentro il corpo di Napoli. E non si sa cosa pensare. Napoli come “uno scarto” del Paese, come quel ragazzetto per bene con il coltello in tasca, non crede più in nulla e può indursi a credere in ogni cosa. Oppure Napoli come “il centro” del Paese, avanguardia sommersa dell’economia liberista, punta di potere della crescita e del Pil, modello cinese di noi stessi. Guappi da suburra che indossano la cravatta degli stakeholders. A volte l’impasto che ne viene fuori è denso, denso da soffocare, come la sabbia ficcata in bocca ad Antonio Magliulo legato su una sedia, sulla spiaggia di Castelvolturno, litorale domizio. Ma noi no. Noi viviamo da un’altra parte.

E più scorriamo queste pagine come coltelli, più ci sentiamo fortunati. In fondo siamo stati fortunati: siamo nati in una città dove almeno la camorra non spara e non uccide. Ci crediamo innocenti e, come scrive il blogger Miic, se qualcuno di noi deve avere a che fare con i colpevoli, se li difende in tribunale, li cura, gli compra e vende le terre, se gli paga il pizzo, gli subappalta un lavoro, gli vende macchine vestiti medicine appartamenti, se gli disegna le case, si fa costruire le case dai loro operai o raccogliere le olive e i pomodori dai loro braccianti, se gli affitta locali, se gli affida la gestione della nettezza urbana, se gli concede prestiti in banca, si fa prestare dei soldi, gli compila i moduli per ottenere i sussidi dell’unione europea, se gli fa fare la campagna elettorale, li vota, gli compra dei voti, se gli compra il fumo l’erba la cocaina la mozzarella, ebbene se qualcuno tocca i colpevoli “ha la buona creanza di non parlarne in giro, di non contaminare l’innocenza degli altri”.

Ma noi siamo nati fortunati, le nostra è una città tranquilla. Fortunati si, ma non innocenti. Perché anche noi vediamo e taciamo, sospettiamo ma non indaghiamo. Eppure basta leggere Saviano o solo guardarsi intorno, le arterie di soldi e di potere che arrivano fin da noi, quello che si nasconde dietro vetrine e turbocilindrate, villoni fastosi e polverine purissime, navi cariche e negozi vuoti. Quale peso specifico hanno i termini impegno e volontà? Ce lo insegnano forse a scuola? Forse siamo tutti colpevoli. E la nottata sarà lunga. La nottata rischia di passare invano.

Luca Di Ciaccio • 15 gennaio 2007


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