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Vogliamo i commissari

Il dubbio che fu, se siamo uomini o caporali,di questi tempi è destinato a mutarsi nel quesito: siamo uomini o commissari? Inteso che il graduato non esclude il primo, e che anzi il primo graduato vorrebbe essere. E di fronte ai palazzi municipali di questa livida provincia sudpontina, tutta la brava gente che fa struscio sulla piazza, guardando il mare senza paura di affogare, già si dichiara pronta ad ergere busti in mollica al nostro nuovo Signor Commissario, ultima ancora di salvezza nel naufragio della politica e nel deragliamento della giunta comunale. A Gaeta si vota tra meno di tre mesi, la giunta del Capitano Magliozzi E’ caduta in una sera di novembre mentre in aula si dibatteva su dove spostare i cantieri navali: fu una seduta di ricatti feroci e facce perplesse, coi vigili urbani mandati a cercare il sindaco fin nei sotterranei del palazzo, mentre il pubblico fischiava e gli attapirati consiglieri sbuffavano e litigavano, prima di alzare la bandiera bianca delle loro collettive dimissioni. Pochi giorni dopo, mentre la politica gaetana implodeva in cento liste e mille rancori, la legge faceva il suo corso e un commissario prefettizio, con passo distinto, varcava le porte del municipio.

Il commendator Frattasi, napoletano, classe 1956, chioma brizzolata, prefetto di recente nomina e vicecapo di gabinetto del ministero degli Interni, esperto in pubblici appalti e infiltrazioni mafiose, se ne uscì con questa frase: “State tranquilli, ho un dna prefettizio”. Sarà, ma in tempi di mutazioni genetiche e mutamenti climatici, un po’ di prefettizia stabilità basta a conquistare la gente e rassicurare il popolo. Un inespresso desiderio di commissario alberga in ogni angolino del paese: soprattutto ora che il gioco dei ladri e delle guardie non è più gioco serio, con ruoli certi ed esiti sicuri. Dall’urbanistica agli autovelox, dai bodyguard comunali alla cantieristica, dalle consulenze sospette al risparmio sui lampioni, non c’è argomento della vita cittadina su cui il novello commissario non si sia buttato con piglio deciso e dichiarazioni risolutive.

Cosicché subito sono spuntati, nelle piazze virtuali di internet, incitamenti ed elogi, persino un’ode in rima, composta da un tale “marinaioblue”: “Da quando è giunto nel paese / ha rimesso il tempo al bello / non è passato neanche un mese / e ha risolto questo e quello / per quanto sia burocratese / egli certo non è novello / e a sciogliere accondiscese / del Consiglio l’arrovello”. Chapeau. E una strofa più sotto, il gran finale: “Non sarà democrazia / e non so quello che sia / ma se questa è la via / che le pene a noi abbrevia / viva viva la burocrazia / e benedetto sempre sia / il Commissario e cosi sia”.

Ora, sta di fatto che il commissario prefettizio rimane pur sempre un ruolo di supplenza, un sigillo burocratico sul fallimento della dialettica politica, una democrazia surrogata per momentanea incapacità, una specie di coma indotto per far sopravvivere l’organismo malato. E dunque. Fare l’elogio della figura commissariale nel mezzo della campagna elettorale, pensare al momento supremo del confronto democratico quasi come un fastidioso disturbo all’orizzonte, suona un po’ male. Suona stonato, almeno. Ma basta scorrere i risultati di Google o l’archivio delle agenzie per scoprire che l’elenco dei temi e degli enti su cui è invocata l’estrema ratio del “commissariamento” è in verità abbastanza impressionante, e comunque tale da destare qualche inquietudine. Perché si vogliono commissariare l’Alitalia e le ferrovie, l’Anas e la Rai, le università e le regioni, il parco dello Stelvio e De Mita in Campania, il festival di Sanremo e la Lega Calcio, il Policlinico di Roma e il sindacato dei tassisti, chi più ne ha più ne metta.

Tutti pezzi di un Paese dove le eccezioni si mangiano le regole. Resiste sempre l’annotazione problematica fatta da Totò in una delle sue gag: “C’è sempre un verme nella pera e un doganiere alla frontiera”. A suo modo è una conferma di tante, più o meno dotte, dissertazioni sulla crisi della politica, sull’incapacità della nostra classe dirigente di governanti nel farsi carico del futuro di noi governati. “Sempre più spesso – scriveva pochi giorni fa il giurista Stefano Rodotà – seguendo le cronache politiche, si rafforza la sensazione di trovarsi di fronte a un’oligarchia chiusa nei propri riti, drogata da un compulsivo bisogno di apparire, prigioniera di una coazione a ripetere”. In altre parole, capita di frequente di guardare il tiggì nazionale o quello della telestreet paesana, con la quotidiana sfilza di dichiarazioni retoriche e polemiche vane, e sentirsi che scappa di dire: “Sono tutti uguali”. E subito dopo pensare: “Cazzo, che ho detto”. Di fronte alle domande concrete che arrivano dalla società italiana, la politica – a tutti i livelli – si espone al rischio maggiore: afasia e apatia. Per dirla con le parole un po’ brusche di Luca Sofri sul suo blog: “Non siamo noi che siamo qualunquisti, sono loro che sono stronzi”.

Ebbene, si finisce in questa frantumata provincia sudpontina a reclamare i commissari. Il commissariamento come bisogno interiore, primo gradino dell’evoluzione futura, quasi come paradossale scatto eversivo dell’ordine costituito e non più credibile. Mentre attorno al Palazzo gaetano impazza una campagna elettorale scoordinata e surreale, già post-politica: tra discese in campo televisive e primarie invidiose, popolo e audience, tra outsiders e dissociati, separati e riconciliati, pure con Brigitte Nielsen e la Lollobrigida offerte come succose promesse elettorali. Perché, insomma, caporali mai, commissari (a volte) sì.

Luca Di Ciaccio • 24 febbraio 2007


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