Ludik

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Non lo so, però ci sto

“Ma non c’è pudore?”. “No”. “Dobbiamo starne sicuri?”. “Non direi”. Mi sento questa luce sparata in faccia, e mi dicono di sorridere ma rimanere serio, mi dicono di improvvisare ma senza combinare guai. “Dillo bene: voglio… Calca la voce, lascia credere che lo senti: voglio fare il… dai, riproviamo daccapo”. Sento mal di pancia. Ma devo guardare fisso nell’obiettivo della telecamera. Sta iniziando un’altra campagna elettorale. Almeno politicamente stiamo così: non abbiamo più stagioni dell’amore ma solo periodi intermittenti di perversione.

Ma non era iniziato tutto così, io alla scrivania e il regista davanti, con una luce negli occhi. D’autunno eravamo già stanchi dei mondiali vinti col retrogusto amaro e delle elezioni pareggiate con il boccone in gola. Stavamo, insomma, a metà tra gli alberi e le foglie. In Italia sembrava che stessero per ricontare tutte le schede elettorali di aprile, da capo a piede, ficcandosi nel groviglio di crocette e matite per uscirne chissà come. A nessuno però gliene importava più di tanto. La percentuale di cittadini italiani che si fidavano di se stessi era, stando ai più recenti sondaggi, piuttosto bassa. Mentre io, ogni mattina, speravo di aiutare le sorti dell’umanità rispondendo al telefono da grigi call center e rispolverando siti istituzionali in redazioni d’avanguardia. “Pronto, in cosa posso esserle utile?”. Ogni sera rivolgevo qualche ameno pensiero alle sorti del mio paesone d’origine telefonando a mio padre e chiedendogli cosa succedeva in municipio. “Mi senti, ormai sono tutti senza speranza”.

Una sera di novembre aprii la porta di casa al vecchio amico Paolo Guarino, e alla sua banda di spin doctors. Gente ghiotta di spaghetti e di politica. D’altronde: chi non ha amici spin doctors, di questi tempi? Prima che scoccasse la mezzanotte tirarono fuori un foglietto. Succede sempre così coi grandi momenti della vita e della storia: non te ne accorgi mai, e quando te ne accorgi non riesci a capire se ti stanno per incastrare o ti stanno per salvare. “Ma la realtà – mi disse Peppuccio, indubbiamente un maledetto provocatore sociale – se ne infischia degli armamentari, o ne inventa sempre nuovi, e se ne infischia pure di te”. Tiro fuori dalla tasca il foglietto stropicciato che mi è rimasto da quella sera. “Il comitato si impegna a…”. Il foglio è un po’ scarabocchiato. Ma forse è decisivo. “Non lasciarsi in alcun modo condizionare da romanticismi ed appartenenze vetero-politiche”. “Essere pronti a tutto”. “Fare tutto, nei propri limiti ed oltre, per portare il candidato alla vittoria”. “Dare retta, ma non troppo, al candidato”. “Vincere”. “Dare fondo al cazzeggio strategico più profondo e libero”. “Vittoria o non vittoria, conquistare Gaeta”. “Varie ed eventuali, in numero massimo di tre, a riempire i puntini”. Poi una data, poi un si vedrà. Preso dalla foga firmai perfino dove non dovevo.

Ora, a qualche chilometro e qualche giorno di distanza, vicino al mare, sbattevo le palpebre cercando di sfuggire al vento umido, alla valle del sonno, ai pensieri cupi. Assaggiavo l’aria, cercavo la luce. “Come ti è sembrato” chiedo per telefono a uno dei miei spaghettati spin doctors. “Cosa, la tiella?”. La campagna elettorale è iniziata, evidentemente. Il sindaco Capitano è caduto da un pezzo. Di fronte ai palazzi municipali di questa livida provincia sudpontina, tutta la brava gente che fa struscio sulla piazza, guarda il mare senza paura di affogare. A Gaeta si vota tra meno di tre mesi, la giunta del Capitano Magliozzi è caduta in una sera di novembre mentre in aula si dibatteva su dove spostare i cantieri navali: fu una seduta di ricatti feroci e facce perplesse, coi vigili urbani mandati a cercare il sindaco fin nei sotterranei del palazzo, mentre il pubblico fischiava e gli attapirati consiglieri sbuffavano e litigavano, prima di alzare la bandiera bianca delle loro collettive dimissioni. “Allora che fai, firmi, scendi in campo, ti butti?”. Intravidi una telecamerina accesa dietro le barbe riformiste e gli occhi famelici. “Non lo so, però”. Datemi la penna. “Però ci sto”. Le postille, occhio alle postille scritte in piccolo. “Cazzo, è finita la pellicola”.

Luca Di Ciaccio • 25 febbraio 2007


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