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Arrivano gli Spaghetti Spin Doctors

Il mio è il paese che amo, ebbene si. Tiro fuori dalla tasca il foglietto stropicciato che mi è rimasto da una sera di un inverno che non c’è stato. “Il comitato si impegna a…”. Il foglio è un po’ scarabocchiato. Ma forse è decisivo. “Non lasciarsi in alcun modo condizionare da romanticismi ed appartenenze vetero-politiche”. “Essere pronti a tutto”. “Fare tutto, nei propri limiti ed oltre, per portare il candidato alla vittoria”. “Dare retta, ma non troppo, al candidato”. “Vincere”. “Dare fondo al cazzeggio strategico più profondo e libero”. “Vittoria o non vittoria, conquistare Gaeta”. “Varie ed eventuali, in numero massimo di tre, a riempire i puntini”. Poi una data, poi un si vedrà.

Quella firma pare la mia. Attorno a me, gente ghiotta di spaghetti e di politica. Mia madre vuol sapere cosa fare quando le amiche le chiedono se davvero suo figlio si vuole candidare sindaco alle elezioni e sta pure cercando una first lady. Mamma, il popolo non può aspettare. Nessuno si impegna? E allora mi impegno io. C’è Baudrillard che è morto, e a suo tempo lo diceva: “non si può vivere senza una scena politica, e quando questa non c’è, emerge allora la necessità di una finzione di scena politica”. Diceva pure, la buonanima, un’altra cosa da tenere a mente: “noi siamo sempre in ritardo sulla stupidità”. Ora il regista mi dice di guardare dritto in camera. Calca la voce – mi dice – lascia credere che lo senti, alza gli occhi, voglio fare il, ridillo, dai riproviamo daccapo. Ci vuole un bel casting per gli iscritti e un bel team di autori per il mio discorso programmatico, ecco cosa ci vuole. Il format è pronto. Il filmato circola. Le gente mormora. Il postmoderno trionfa sul senso. L’audience è già alta. Che vi credete, non è mica facile scendere in campo.

Luca Di Ciaccio • 7 marzo 2007


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