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Così ho fatto il sindaco per finta (e per film)

Ecco cosa succede con la politica. Appena ti candidi alle elezioni, diventi un altro. Cioè tu sei sempre lo stesso, ma gli altri già ti vedono un altro. Stampato su un santino, chiamato di spalle, assalito all’improvviso. E come se non bastasse ti trovi a fare discorsi, a visitare case del popolo, a fare promesse. Ti trovi a fare delle cose che non avresti voluto mai. Per quante ne schivi, per quanto cerchi di mantenere una dignità e un attaccamento a quello che eri prima, comunque per tutti diventi un altro. Quello è il tuo lavoro. È per questo che non avrei mai pensato di farlo. Ma poi nella vita, va a sapere. È come con il teatro. Pensi di non poterti mai trovare su un palco a recitare, davanti a tutta quella gente, arrossiresti come minimo, ma poi un giorno per caso ti ci ritrovi e scopri che ti piace, che ci stai perfino bene. È tutta una recita ma ci stai comodo. D’altronde, vi pare così decisiva la differenza? Ma quale teatrino della politica. Magari. È molto di più. È un teatrone semmai, un teatrone ormai, come scrisse il giornalista Filippo Ceccarelli in un suo memorabile libro su “come lo spettacolo ha preso il potere”. E non si torna indietro.

Su quel palco mi ci sono messo a saltellare per un po’ nella ultime settimane, qui nel paesone gaetano in campagna elettorale. Molti lo ricorderanno: quello con le braccia alzata su quei strani manifesti elettorali blu. “Un marziano? – si chiedevano – Non lo so però ci sto”. Gli adesivi da collezione, qualcuno se li sarà conservati, si spingevano persino oltre. “Un marziano?”. “Mio cugino quello strano?”. “Flavia Vento?”. Altri ricorderanno i video diffusi su internet e sulla tv di strada della mia discesa in campo. Oppure quello in cui si convocano le primarie della first lady, “per tutte voi donne, tutte e tutti voi che vi sentite donne”. Qualcuno forse sarà passato dall’eclettico party elettorale in quel di Roma, in un surreale gemellaggio tra la mia candidatura e quella americana di Barak Obama, tra tielle e ciambelle. Non mancava nulla: il casting per i candidati era già pronto, il team di autori per il documento programmatico pure, il televoto di scambio per vincere i sondaggi c’era, il trucco era giusto, l’audience era già alta. Ricordate? Il nome di questa scombiccherata e sospetta operazione era (e – badate bene – è ancora): Spaghetti Spin Doctors. Io ci ho messo la mia faccia e qualche idea, dietro di me c’era una banda di comunicatori politici di mestiere e un regista, al lavoro su un format che provasse a raccontare i nuovi linguaggi della politica di questi tempi. Nessun gaetano nel gruppo, tranne il sottoscritto. D’altronde, come cantava quello, ognuno è figlio del suo tempo, ognuno è complice del suo destino. Il punto infatti è questo: ma come sono arrivati gli attori nella campagna elettorale del nostro Municipio?

C’è il filosofo Jean Baudrillard, che è scomparso da poco, e a suo tempo lo diceva: “non si può vivere senza una scena politica, e quando questa non c’è, emerge allora la necessità di una finzione di scena politica”. Diceva pure, la buonanima, un’altra cosa da tenere a mente: “noi siamo sempre in ritardo sulla stupidità”. Noi degli “Spaghetti Spin Doctors” in fondo, scherzando e ridendo, abbiamo messo in piedi un simulacro, una finzione sulla scena politica domestica. E l’abbiamo confrontata con quello che già c’era, con la realtà della politica. Per dimostrare che in fondo non si vedeva la differenza. “Della mia candidatura bisognerà cogliere la sincerità prima che la verità” proclamavo tutto impettito nel primo dei videomessaggi. Infatti, me lo hanno confermato in molti: nella proliferazione di candidature virtuali, accordi strumentali e macchiette a uso della cronaca locale, alla fine non sfiguravo affatto.

Poi ci sono stati quelli che si sono arrabbiati, quelli che hanno criticato, com’è normale e giusto che sia. “L’amico Luca Di Ciaccio, causa l’aver affrontato da vero allievo di Lucilio l’evento elettorale che a breve si terrà nelle terre dominate dall’imperiosa mole del mausoleo munaziano, ora rischia la sua incolumità perché additato all’ira funesta dei pashtun locali! Non ragioniam di lor ma guarda e passa, geniale Luca” ha scritto Michele Ciorra sul quotidiano Il Territorio. Tant’è che alla fine qualcuno, non pochi, mi ha chiesto davvero se poteva votarmi. Qualcun altro, e non da poco, mi ha chiesto davvero se volessi candidarmi nella sua lista. Un’agenzia di stampa nazionale ha ipotizzato, in un suo lancio, perfino una longa manus di origine dalemiana dietro l’operazione. Accipicchia. A dire il vero, pure i miei punti programmatici scarabocchiati su un foglietto erano rivoluzionari mica poco, altro che solite solfe sul porto e sulla vetreria: “Non lasciarsi in alcun modo condizionare da romanticismi ed appartenenze vetero-politiche”. “Essere pronti a tutto”. “Fare tutto, nei propri limiti ed oltre, per portare il candidato alla vittoria”. “Dare retta, ma non troppo, al candidato”. “Vincere”. “Dare fondo al cazzeggio strategico più profondo e libero”. “Vittoria o non vittoria, conquistare Gaeta”. “Varie ed eventuali, in numero massimo di tre, a riempire i puntini”.

Eppure. Mentre noi cazzeggiavamo allegramente, l’editorialista del Corriere della sera Sergio Romano affermava: “Ho l’impressione che mai la politica in Italia sia stata così disprezzata, il sentimento dell’opinione pubblica è di rigetto, non so se i politici si rendano conto che la loro immagine non è mai stata così bassa”. La Rai trasmetteva il ciclo di inchieste “Pane e politica” di Riccardo Iacona, un viaggio nel paese dove il mestiere di politico, soprattutto ai livelli inferiori e periferici, è ormai appetito per mille motivi. Il senso: qui è saltato tutto, i partiti sono entità virtuali, le ideologie affondate all’orizzonte, ci si aggrega intorno a persone, si salta qua e là sulle zattere dei propri interessi, lo svuotamento della politica è ai massimi livelli. A me intanto veniva in mente quello che disse Pasolini al suo oste di fiducia poche ore prima di venire assassinato. “Vattene, vattene perchè saremo governati da una massa di cretini”. “E ‘ndo vado? – risposte l’oste – Io sò cucinà solo gli spaghetti”.

Noialtri, qui a Gaeta, saltellavamo sul palco dei nostri situazionismi politici come in un reality qualunque, strizzavamo l’occhio al pubblico e tiravamo una pippa agli amici intellettuali, ma nel frattempo tutto è già venuto meno: ideologie, appartenenze, pudori, identità. Si voterà, si voterà, certo. Eppure. La crisi della rappresentanza non è mai apparsa così evidente. Il successo delle rappresentazioni parla da solo. Fra il materiale e l’immaginario, prevale ogni volta l’immaginario. Lo show surclassa la realtà, e ci contagia anche sotto i campanili. Difatti in tanti si sono accorti che la campagna gaetana 2007 passerà come la più mediatica della storia comunale: “Hai più pubblico, sudi di meno, e non sei esposto alle correnti d’aria”. “Ma la realtà – mi dice il mio amico Peppuccio – se ne infischia degli armamentari, o ne inventa sempre nuovi, e se ne infischia pure di te”. E però tutti attorno insistono: “Allora che fai, firmi, scendi in campo, ti butti?”. Intravedo una telecamerina accesa dietro le barbe riformiste e gli occhi famelici. “Non lo so, però”. Datemi la penna. “Però ci sto”. Le postille, occhio alle postille scritte in piccolo. “Cazzo, è finita la pellicola”.

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Luca Di Ciaccio • 6 maggio 2007


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