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L’antipolitica e le comunali gaetane

Nei momenti di massimo affollamento, quando la luce del tramonto la coglie di sbieco, passeggiare sulla piazza del municipio gaetano è un’esperienza a metà tra la polis ateniese e lo sbandamento psicofisico. Il tempo delle elezioni comunali, in questo maggio piovoso, contagia tutti. I responsabili dell’ufficio elettorale si sono presi la briga di contare il numero dei candidati alla carica di consigliere comunale: trecentodiciotto. Più o meno un candidato ogni quaranta cittadini votanti. In una selva di sedici liste, per cinque candidati sindaco. Sono quasi tutti lì, fanno avanti e indietro per la piazza, passeggiano solitari come predatori in disarmo, c’è chi conta, chi suda, chi spiega, “ma che c’è da spiegare, la rava e la fava?” si intromette un altro. L’intero lenzuolo della politica sventola ventosi cambiamenti, un nuovo partito di là, una lista inedita di qua, chi scende in campo e chi sale di grado, spifferi e correnti.

Dunque Gaeta si prepara al voto. E sarebbe tutto persino molto bello, una grande contesa democratica di primavera nella ridente cittadina tirrenica, col clima mite e il mare a due passi, se non fosse per un dettaglio collaterale, per quella frase che insistentemente riecheggia nelle conversazioni: della politica ne abbiamo piene le scatole. Ovviamente il concetto è declinato in modo variabile a seconda degli interlocutori. Ardimentosi polisti, con quell’eloquenza rude alla Capitan Magliozzi, sono pronti a sostenere che la politica è tutto un magna magna, manco a dirlo, ma almeno diamo atto ai nostri che sanno allestire succulenti banchetti. E comunque – aggiungerebbe l’ex sindaco forzista, disarcionato dai suoi – solo io sono l’unico vero politico in circolazione, gli altri sono delle incognite, gente che non è mai stata eletta, “personaggi che si svegliano una mattina e si mettono in testa di fare il sindaco”. Pensosi ulivisti, mimando una democristiana rassegnazione come l’Avvocato Magliuzzi (nomen omen), uno di quelli sempre in bilico tra l’arringa fenomenale e la pennichella metafisica, incolperanno le contigenze, il quadro politico eccetera, invitando però a non cedere a derive populiste e istinti demagogici, calma, calma, apriamo almeno – chessò – un tavolo di concertazione. Vigorosi rappresentanti di liste civiche ti diranno chiaro e tondo che i partiti sono al capolinea, la città è in coma, la società civile deve riscattarsi (e quella incivile invece, verrebbe da chiedergli?), insomma, destra e sinistra non esistono più, e il più colto sarà pure disposto a citarti Bobbio e Dahrendorf di fronte a un aperitivo, mentre altri più terra terra chiuderanno il discorso, e i conti con tutta una classe politica, asserendo ineffabilmente: “non sono io che sono qualunquista, sono loro che sono stronzi”. Gente capace di spiazzarti, come il candidato Anthony Raimondi che, si racconta, una volta fece sobbalzare sulle sedia un notabile di qualche partito locale che se lo squadrava con diffidenza: “Io nella vita ho rischiato le pelle per salvare bambini in Africa, e tu invece che hai fatto seduto dietro quella scrivania?”.

Ma esiste davvero, nel paesone gaetano così come in Italia, un diffuso sentimento di sfiducia, addirittura disprezzo per la politica e i suoi protagonisti? Davvero l’antipolitica sta vincendo? In tal caso sarebbe anche ora di chiedersi come mai, e magari correre ai ripari. Dice l’eccellente libro inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, “La Casta” (Rizzoli), che gli addetti alla politica in Italia siano 500mila. Quasi raddoppiati negli ultimi dieci anni. Espansi fino a consumare la bella cifra di 15 miliardi di euro l’anno. Nel mucchio, tanto vale trovare un posto all’ombra. Tornando al paese nostro, pure l’affollamento di aspiranti consiglieri assomiglia più a un concorsone, più a un gioco dell’oca amministrativa che a una competizione per il bene della polis. Un bazar di voti, passioni e indulgenze: in un’elezione forse decisa all’ultimo voto la maggiorparte dei candidati è disposta a promettere di tutto alla gente stufa. Chi non trova occupazione come consigliere comunale da qualche parte a lavorare deve pur andare. Hai voglia il benemerito commissario prefettizio Frattasi a lancia alti moniti sul governo della città, a “rispettare gli interessi della collettività” eccetera. “Si sa che è più facile decidere come commissario che come politico, e noi facciamo politica” è la risposta emblematica di un Tonino Lieto, impegnato a tessere la tela con cui scivolare senza scossoni da una maggioranza all’altra. E con quel ghigno mentre si pronuncia la parola “politica” che indica sempre un compromesso al ribasso. Totò, in uno dei suoi memorabili film, avrebbe chiosato degnamente: “In Italia, chi amministra… ammenestra, e c’è chi si pappa tutto il minestrone”.

Ma l’avete visto qualche volta lo scorso consiglio comunale, ma avete visto che gente? – interviene il barista nel mezzo di una delle tante discussioni. Una specie di evoluzionismo al contrario, una corsa verso la mediocrità. Gente che saltava da un partito all’altro, litigi dettati da interessi, incarichi pubblici scambiati come dadi. Ma stiamo attenti miei cari, ammonisce un vigile urbano che passa di là, ogni popolo ha il governo che si merita. Il problema, ribatte il barbiere, è che bisogna stare attenti a come si parla: tu stai a lamentarti con un amico della crisi della politica e di questi trecento candidati che sembrano il casting per un reality show di quarta categoria, quello in tutta risposta annuisce e ti mostra fraterna comprensione, finché – al termine della conversazione – il tuo amico fa una pausa, ti guarda in faccia, mette la mano in tasca e tira fuori la bomba, “ecco, sono candidato anche io, questo è il mio santino”, e tanti bei saluti. A questo punto potreste solo sperare di incontrare quel rinomato professionista gaetano che s’è fatto stampare un paio di santini con la sua faccia e li mostra a tutti, con trionfante ironia. C’è la sua faccia, davanti all’immancabile sfondo panoramico del golfo, e sotto il simboletto: “Partito dei Non Candidati”. Slogan: “Non votatemi, ma non chiedetemi di votarvi”. Sospiri di ammirazione degli astanti. Uno con un santino così, si fosse candidato sul serio, lo voterebbero tutti.

Se è davvero l’antipolitica ad apparecchiare la tavola di queste elezioni gaetane, allora bisogna ammettere che è la politica, quella ufficiale, ad esserci cucinata da sola negli ultimi anni. Troppi interessi e troppi conflitti hanno inquinato la gestione della cosa pubblica, il più delle volte mascherati da contese di partiti e partitini. Troppo labile diventa il confine tra la raccolta del consenso e il rastrellamento di favori. Troppo soffocante continua a rivelarsi ogni giorno la presa dei partiti e delle loro nomenklature su organi e gestioni della macchina amministrativa. E’ questa la vera antipolitica: non il bambino che grida che il re è nudo, non il candidato che fa il manifesto col piatto di spaghetti – “basta mangiare da soli!” -, non la gente che parla nei bar delle pensioni dei parlamentari o delle comunità montane di pianura. Così oggi tutti gli aspiranti primi cittadini si affrettano, a loro modo, a prendere le distanze dalla “politica politicante”, ad assicurare i cittadini che saranno loro a decidere, possiamo trattarli come amici, “con me potete prendere un caffè al bar quando volete” per dirla con l’ex sindaco Magliozzi. Bontà loro, ma non basta. “La gente si divide fra chi sta in fila a sorteggiare una vincita al collocamento politico e chi ne sta fuori, per forza o per amore, e aspetta solo di vederlo rovinare facendo scorta di monetine” scrive Adriano Sofri su Repubblica. Sulla piazza municipale, intanto, la gente chiacchiera e piccoli pifferai crescono.

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Luca Di Ciaccio • 19 maggio 2007


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