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Santini comunali gaetani

Sullo sfondo ci sono quasi sempre panorami del Golfo. Il mare dietro di loro, uno scranno in Comune nel loro avvenire, se gli va bene. Un santino elettorale, o almeno un manifesto, ormai non si nega a nessuno. Molti guardano in camera, dritto negli occhi, come a voler dimostrare di non avere nulla da nascondere. Alcuni invece guardano verso l’infinito, e forse oltre, a voler simboleggiare l’ambizione di mirare lontano, di pensare in grande. Non fanno mancare, gli elettori, uno sguardo buono per nessuno. È una specie di grande ufficio collocamento all’aperto, un porta portese nell’ora di punta. Per ognuno una bancarella di traverso. Nei forum su internet certi appassionati se li contendono come figurine: “scambio un lucciola con un cimino”, “per un di domenico offro 15 matarazzo”, “attenzione, i raimondi sono inflazionati, li trovi pure sulla transiberiana”, “cerco un donnarosa rarissimo”. Nel guazzabuglio spuntano anche meravigliose reliquie da prima repubblica, autentiche chicche vintage: “vendo a partire da 1000 euro figurina tiratura limitatissima dove compare la frase più bella e rappresentativa delle nostre origini aristocratiche: Se Vuoi Gaeta Come Milano Vota Silano”. Poi, si capisce, nel bazar elettorale ci sono le bancarelle maggiori, più che delle bancarelle una specie di tendoni da circo, dove sono accasati i venerabili capi d’armata, i candidati sindaco. Per loro manifesti e santini non bastano. Vanno molto in voga le “vele” pubblicitarie a quattro ruote, per esempio, che portano a ogni quartiere il faccione pellegrino dell’aspirante sindaco, e talvolta si incrociano sul lungomare – un faccione verso sud e un faccione verso nord – e gli autisti si salutano amabilmente con una strombazzata di clacson.

Insomma, se la rappresentanza politica manifesta il suo stato di crisi, al tempo stesso è il grande gioco delle rappresentazioni a trionfare. Sarà merito (o colpa?) della modernità che ormai contagia pure i campanili, ma la campagna gaetana duemilasette è già stata definita la più mediatica mai vista. Come ha scritto Lince, pseudonimo di un attento recensore di comizi e duelli gaetani su Telefree.it: “Anche a Gaeta adesso si fa on air e on line ciò che prima si faceva solo nelle piazze. Hai più pubblico, sudi di meno, e non sei esposto alle correnti d’aria”. Bastava seguire i primi dieci minuti di uno dei duelli televisivi organizzati dalla famosa emittente di strada Tele Monte Orlando, quello tra i due candidati più anti-partito di tutti, il dissidente di centrodestra La Croix e l’outsider di centrosinistra Raimondi, per farsi un’idea di come la contesa sia già tutta post-politica, in un’effervescenza di suggestioni alimentate dalla tecnologia e dalle macchine emotive. Così – tra una girata di clessidra e l’altra – uno mostrava a bella vista il suo contratto con i gaetani, sulla scia del modello berlusconiano, e l’altro rispondeva offrendo al gentile pubblico il dvd del suo programma, con immagini della città mischiate a quelle del suo lavoro coi missionari in Africa.

A un certo punto Anna Galise del Tempo, una dei quattro giornalisti presenti in studio, sporgendo il muso suadente e i riccioli biondi verso la telecamera, dolce dolce ha compiuto la svolta semantica, ha rotto il tabù psico-politico, ha segnato il punto. Vetreria? Autorità portuale? Traffico? Macché. “Questa volta vorrei porre una questione un po’ più… come dire?… frivola, forse cretina non lo so”. E dunque, e finalmente, come in un Porta a porta qualsiasi di fine stagione: la domanda sull’oroscopo egli amuleti. Al che ogni candidato se l’è cavata come poteva: Raimondi ha tirato fuori un rosario dalla tasca e ha sfoderato una mistica dichiarazione di fede. La Croix, vedendosi scippato l’elettorato cattolico, ha puntato su eventuale minoranze relativiste o pagane e se n’è uscito con il talismano della dea Gjemangè (o qualcosa del genere) regalatogli su una spiaggia brasiliana da una sacerdotessa di non meglio identificati riti. E qui non è questione di individuare quando, pure a Gaeta, si è reso permeabile il confine tra pubblico e privato, tra politica e spettacolo. Si sa che nell’era della “politica debole” più che i proclami contano i comportamenti, i caratteri. Tutto si è compiuto nel duello successivo su Tmo, quando ancora la Galise si è potuta lanciare sul “ricordo più bello”, e il candidato dell’Unione Magliuzzi si è commosso ricordando l’odore delle lenzuola stese al sole.

“Senza modestia, ho cominciato io, e vedrete che ora gli altri mi seguiranno” dice Anthony l’Africano, gaetano nato in America, mina vagante di una campagna elettorale lunghissima, da lui inaugurata un’estate fa, quattro mesi prima del crollo della giunta, quasi un anno prima del voto. Ma forse anche prima, con le interviste su Tmo col suo amico Antonio Ciano – ora candidato con lui – fin da tempi non sospetti, due e tre estati fa. “Raimondi esagera sempre, ma poi dopo lo copiano tutti” dice il brigante dell’etere che ora se ne è innamorato. Dai gazebo in piazza al convegno trasformato in convention, dai comunicati stampa anti-Magliozzi inviati dal Libano alle gag sul palco dell’Ariston tra l’aspirante sindaco e il conduttore del gioco dei pacchi di Rai1, dalle musiche sparate a effetto ai comizi col pubblico che risponde in coro, fino alle signore in lacrime e i bambini (pure i bambini!) con addosso la maglietta “Se potessi voterei Raimondi”.

Gli avversari, inizialmente colti di sorpresa, non si risparmiano, spaventati da qualche sondaggio. Leandro La Croix, forse per far dimenticare il suo lungo passato azzurro, si tinge tutto di rosa: dal simbolo alla sede alle cravatte forse perfino la biancheria intima, ma di certo il futuro della città: “lo vediamo rosa”. Ma senza esagerare, precisa un successivo comunicato: “nel solco di De Gasperi”. Mentre per le strade cittadine circola un’auto acchittata con le bandiere del Gaeta, le foto dell’ex sindaco Magliozzi e l’inno della squadra di calcio, “Forza Gaeta, non spezziamo questo filo di seta, ale’ oooh”, casualmente di proprietà del fratello, pure lui candidato. Come a dire: io ho vinto un campionato, e voi?

La nostra mediocre politica paesana ci ha messo qualche stagione per assimilare la lezione della calza sulla telecamera, cioè l’effetto flou incorporato in una proposta. Comincia a emergere la citatissima personalizzazione della politica: meccanismo carismatico, weberiano, perfettamente noto alla scienza politica, ma che nel nostro tempo si associa al dilagare dello spirito televisivo. Altro che santini, qui sono arrivati i santoni – ha commentato qualcuno. Comunque vada, tra tv di paese che si fanno concorrenza tra di loro, video via internet ed emittenti provinciali, ai candidati non pare vero di potersi fiondare ovunque a rilasciare promesse e dichiarazioni. A volte tutto ciò porta a una maggiore trasparenza nel rapporto tra eletti ed elettori. Magari può capitare di cogliere qualche candidato che non conosce nemmeno la realtà cittadina, o si dimentica pezzi del suo programma. Più spesso sembra solo di assistere un enorme illusione ottica. Dove dietro la lente colorata dello spettacolo si nasconde la solita immutata arcaicità dei rapporti, e grattando la scorza brillante della modernità emerge la vecchia lama delle clientele e delle ombre.

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Luca Di Ciaccio • 21 maggio 2007


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