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Un popolo di santi, santini e patroni

Dai santini elettorali si è finiti dritti ai santi patronali. A un certo punto nell’affollata campagna elettorale gaetana – dove un posto pietosamente non si negava a nessuno – sono comparsi i “santini”, ma nel senso religioso del termine. Nel corso di un duello sulla tv di strada – dove già altri candidati avevano tirato in mezzo amuleti brasiliani, rosari mariani e perfino l’oroscopo – i due candidati del ballottaggio, Magliozzi e Raimondi, hanno finito per litigarsi una sacra effige cartacea di Don Bosco, “me l’aveva regalata e poi se l’è voluta riprendere”, “non è vero, mi sono ripreso il santino perché lui non voleva mangiare i miei pasticcini” e via così. Finché, quando il gioco s’è fatto duro, s’è chiesta direttamente la divina intercessione dei patroni. Il 2 giugno, festa dei santi Erasmo e Marciano, i due aspiranti sindaci benedicevano la folla dai loro due camion – vela promozionali, strategicamente posizionati alla curva del lungomare, una alla destra e uno alla sinistra. E a loro volta, il Capitano e l’Americano, in carne e ossa, si facevano benedire in processione sotto le statue dei santi, uno accanto all’altro, attorniati da nere tonache e carabinieri col pennacchio.

D’altronde a qualche santo bisogna pure votarsi. E specialmente in Italia pare esserci l’imbarazzo della scelta. In un Paese dove i campanili si confondono. E la “ragione religiosa” spesso si contamina con la ragione civile. A questo proposito è uscito un libro che si intitola “I Santi Patroni” (nella collana “L’identità italiana” della casa editrice Il Mulino), lo ha scritto l’antropologo Marino Niola, appassionato studioso dei culti popolari italiani. E’ un viaggio nel “municipalismo sacralizzato” del nostro Paese, tratto determinante (nel bene e nel male) dell’identità nazionale. Una specie di federalismo religioso, “punto di convergenza – spiega Niola – di tutti i fili religiosi e sociali che tramano il variegato tessuto identitario italiano”. Ce ne sarebbe abbastanza per riaprire il dibattito, oggi alquanto infuocato, sullo straripante peso politico della religione cattolica nell’Italia di oggi, ancora presa nelle sue viscere da credenze e appartenenze che sfuggono alla solite categorie della politica. Alla processione del santo patrono – per dire – ci vanno tutti. Quelli della telestreet gaetana, quando trasmettono le svariate processioni di paese, colgono davvero l’anima dell’evento: la telecamera non la puntano mica sulla statua del santo, ma sul devoto pubblico ai lati delle strade. Ogni processione è un rito di riconoscibilità sociale prima ancora che un atto puramente religioso. Infatti il popolo gaetano se le registra alla tv non tanto per pregarci sopra quanto piuttosto per conservare un ricordo dei passanti, dei parenti e del paesaggio sociale, “guarda là, la zia Concettina come stava bene”, “guarda là il compare Peppe che saluta”. Il ritorno al paese per la festa patronale è tuttora la più solenne e imperdibile delle occasioni per rinnovare il vincolo con le radici, con la famiglia, con la comunità d’origine. Nelle comunità degli emigrati all’estero poi l’attaccamento al patrono si manifesta con la conservazione devotissima di tradizioni e ritualità che spesso sono scomparse finanche nella patria d’origine. Non esiste ricorrenza “di Stato”, per quanto fondante, per quanto politicamente “alta” che possa lontanamente competere con la festa patronale come richiamo in patria degli italiani all’estero.

Nella nostra Gaeta i santi modellano il calendario e la ripartizione dei quartieri: dall’amata Madonna di Portosalvo ferragostana dei pescatori ai santi settembrini Cosma e Damiano più vicini al mondo contadino. Con tanto di vecchi duelli tra parroci sui percorsi delle rispettive processioni, e guai a sconfinare. Poi c’è la lunga serie, oggi in decadenza, delle Madonne rionali: Longato, La Catena, Il Colle, echi di antiche tradizioni a volte smontate dalla stessa evoluzione sociale e urbanistica della città. E le “edicole sacre” in ogni vicolo, tutte infiorate e addobbate nei sabati di maggio. Per non parlare della storica rivalità “di confine” tra gaetani e formiani, che si dividono lo stesso patrono – Erasmo e Marciano ogni 2 giugno, con gran traffico di reliquie nel medioevo, pur di scampare ai Mori – e si fanno la guerra a chi spara i botti d’artificio più portentosi (in genere i formiani se la cavano meglio, oltre alla fortuna di ritrovarsi Gaeta sullo sfondo). Come spiega il libro di Niola, la religione cattolica trova nei santi una formidabile “specializzazione antropomorfa” di Dio. Ogni comunità ha a disposizione una incarnazione locale del sovrannaturale. Insomma, se Dio è lontano il santo è vicino, è di casa, è il mediatore ideale, un po’ come il parente importante che va a Roma a trattare direttamente con il potere, è a lui che ci si raccomanda.

La commistione tra profilo religioso e profilo politico-municipale sembra inestricabile. In pochi sapevano, prima delle polemiche scoppiate un paio di anni fa in consiglio comunale, che la Cattedrale di Sant’Erasmo, edificata nel X secolo, è stata – fino al 2003! – di proprietà del Comune di Gaeta. Senza che nessuno abbia eccepito che si trattava di una “ingerenza” della politica nella religione, tanto ovvia era, e in parte è ancora, la confusione tra i due ambiti. Anzi, per paradosso, a battagliare di più contro la cessione gratuita dell’edificio di culto alla Curia, da parte dell’allora maggioranza di centrodestra, all’epoca furono proprio alcuni politici “laici e di sinistra”, addirittura citando i sacrifici compiuti dal popolo gaetano per difendere a denti stretti, nei secoli dei secoli, le amate reliquie del santo martire Erasmo. Il 2 giugno a Gaeta la vera festività non è quella della Repubblica ma quella del Patrono, e il sindaco con fascia tricolore va a omaggiare il vescovo e i santi portando ceri e fiori in Cattedrale, e invocando la “benedizione sulla città”. Nessuno può obiettare alcunché. Le tradizioni sono tradizioni. Recentemente il quotidiano “Latina Oggi” dava notizia di un’indagine dell’arcivescovado per valutare la possibilità di cambiare patrono alla città di Gaeta. Sostituire Sant’Erasmo con la Madonna della Civita? Non sia mai, fu l’unanime reazione di molti commentatori. Memori di quello che accadde a Palermo quando fu affacciata una simile ipotesi: santa Rosalia, indispettita dal possibile sfratto, mando giù una frana sulla città. Il regno dei santi e delle madonne patrone prosegue dunque incontrastato a calamitare energie culturali e adorazioni mistiche. In perfetta continuità con la struttura localistica e municipale del nostro Paese. Sant’Erasmo, Maria di Portosalvo, San Cosma e San Damiano non conoscono quella crisi di rappresentanza che sta sfibrando la politica. Il santo patrono è una specie di supersindaco che non conosce differenza tra destra e sinistra e non ha bisogno di campagna elettorale. I santi da sempre in Italia sono “cosa pubblica”, e dunque rappresentano uno dei più profondi tratti “politici”. Sarà per questo che gli aspiranti sindaci, che vogliono da tutti essere votati ma poi non sanno a chi votarsi, vanno da loro a cercare benedizione.

Luca Di Ciaccio • 21 luglio 2007


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