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Fenomenologia di Gigione

A cosa si aggrappa uno sventurato villeggiante d’agosto nell’estate gaetana dei vorrei ma non posso? Sullo sfondo dei cantieri amministrativi del Partito Democratico e dei cantieri in muratura con cui l’intraprendente neosindaco promette di saziare la ridente cittadina tirrenica, ecco che si staglia minacciosa la figura apparentemente impresentabile di Gigione. Direttamente dal basso impero della canzone e dal basso ventre del provincialismo italiano, l’arrivo in concerto – nel campo sportivo al centro cittadino – di Luigi Ciavarola da Boscoreale, provincia di Napoli, universalmente conosciuto agli esegeti del trash come Gigione, e dei sui figli di seme e d’arte Jò Donatello e Menayt, fa saltare in aria i pudori culturali e fa impensierire gli assessori liricamente ispirati.

Ebbene noi ci aggrappiamo a Gigione, e lo facciamo senza incertezze, di più, lo facciamo con orgoglio assoluto, quasi militante o militare. Quest’uomo riempie da oltre un ventennio le piazze di centinaia di paesi dell’Italia del centrosud, spopola sulle tv locali più sgarubbate dell’etere e più sperdute del satellite, entusiasma le viscere ciociare che albergano in ognuno di noi. Il “re della sagra”, l’“Elvis Presley della porchetta”, il “fenomeno” Gigione, anzi Gigi One (nel senso del numero uno scritto in inglese) il suo originario nome d’arte poi stravolto dai fans per comodità, in realtà Ciaravola è piccolo di statura, ha un po’ di calvizie (nascosta da un eterno cappellino) e di balbuzie (simpatica e ben domata). Arrivato al successo, come si legge in una sua biografia, “col sudore della fronte” e traducendo “a modo suo” canzoni di Madonna e successi dance. Autore di dischi e titoli rimasti come autentiche perle del trash sottoregionale, bollati nei neuroni di una moltitudine di utenti, spesso insospettabili come ogni adoratore di oscenità che si rispetti, magari amanti al tempo stesso di Otis Redding o Chopin. Cantore dell’amor poco cortese. Da “La Campagnola” (che è un po’ la sua My Way) a “La Famiglia”, da “Madonnina dai riccioli d’oro” a “La figlia de Zi’ Cuncetta”, da “Te piace o’ biscotto” a “Te si magnata la banana” (salace versione della hit dance “The Rhythm of the Night” dei Corona), da “Giovanna a’ Minigonna” (favolosa cover di “Gimme Hope Joanna” di Eddy Grant) a “Padre Pio Padre Buono” che ha segnato l’apice della sua svolta mistica, effettuata pur senza abbandonare il suo leggendario (e quasi mimico) movimento di bacino con cui doma le più rustiche platee, come il miglior Elvis, ma molto più Pelvis. Ad oggi, nel panorama musicale italiano se non mondiale, Gigione è l’unico cantautore capace di far convivere sesso spinto e religiosità.

Il suo stile è divenuto riconoscibilissimo dal pubblico: con jeans, maglietta, zazzera e immancabile cappellino, sempre mettendosi sullo stesso piano dei suoi fans. E’ arrivato finanche negli States e in Germania, trionfalmente accolto dalle nostalgiche comunità di emigranti. Si dice, e qui siamo davvero nei territori della leggenda, che si sia intrattenuto con Madonna (nel senso della cantante) in persona. Noi puristi di vecchia data abbiamo sempre saputo invece che il figlio che si porta dietro, tale Donatello, tipico neomelodico scontato e untuosamente capelluto, con canzoni di amori telefonici e lacrimose ragazze gravide, non regge il confronto. Solo recentemente ha tentato di cambiare corda, con la canzone “Ti piace il gelatino” dove è chiara l’ispirazione di Gigione che probabilmente l’avrà egli stesso composta e suggerita all’erede, magari intimandogli di darsi una svegliata. Perché Gigione, in fondo, è brutto, un po’ stonato, parecchio burino, ma è di sicuro più vero di tanti burattini plastificati che popolano le nostre classifiche e playlist. Eppure Gigione è così genuinamente brutto che non ha ancora goduto degli stessi sdoganamenti trash che sono spettati a certi neomelodici partenopei o al più sgamato Tony Tammaro o al presenzialista televisivo Leone di Lernia o all’intramontabile e ben più sublime “Arrapaho” degli Squallor. Consegnato quasi unicamente allo zapping di vecchie zie dell’entroterra molisano o al passaparola tra i loro nipoti pipparoli e fuorisede.

Nella discografia di Gigione si intravede un percorso che è metafora di molte realtà esistenziali della provincia italiana: dalle visioni erotico-agresti della Campagnola al filone “trash-godereccio” tra pacchianelle appetitose e figlie da maritare, carciofe e biscottini, fino alla redenzione per opera di una religiosità popolare e molto “cheap” fatta di padri pii e madonnine piangenti. Morbosette caricature nelle quali tuffarsi come in una sbronza. Sul sito “vavatten.com” (che se ne intende) è definita “una linea cantautorale genuina, ormonale e verace”. Gigione non fa presa sulle aree urbanizzate ma piuttosto sul centromeridione profondo, tra il frusinate, l’abruzzo-molisano e il tavoliere pugliese. Solleva qualche gonna ma è più puro di molti opachi neomelodici che campano di incerti favoreggiamenti. Quante volte ci ha stupito la sua minuziosa conoscenza geografica di paesi, provincie, frazioni, borghi, sfoggiata nelle telefonate in diretta sulle tv locali o nella pianificazione delle sua fittissime tournée. “Da dove mi chiami? Da Bustasecca? Ho capito, la frazione di Piumarola in provincia di Frosinone, basso Lazio sì! Un saluto al ristorante da Anna e Pino là sulla provinciale, un bacione forte”. Non è forse vero che l’ignobile talvolta ha un potere liberatorio capace di mettere tra parentesi ogni buonsenso altrimenti paralizzante per il progresso intellettuale? “Stu’ munno è arruvinato” asseriva miseramente un refrain del Nostro già qualche anno fa.

Luca Di Ciaccio • 2 agosto 2007


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