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Le piccole vacanze

Me ne parto sognando “Le piccole vacanze” come in quel libro di Alberto Arbasino dalla copertina color verde nostalgia, tornato in auge dagli anni Cinquanta. Piccole ma ancora vacanze, spazi vuoti, sospensione del tempo. Ah, distesa estate. Al massimo una breve telefonata ogni tanto, coi gettoni, per sapere se a casa sono tutti vivi. Si beve tamarindo ma anche negroni, si gira in spider o in giardinetta. Tra piste da ballo, licei bombardati, crocicchi illuminati dalla luna, film con Greta Garbo. I tornanti dell’Aurelia si chiamano “tourniquets”. Una persona molto meno volgare di Fabrizio Corona la liquidiamo definendola semplicemente “villana”. Si incontrano signore perbene ma anche signore permale. Fanciulline svampite e giovani scemini, “che incontrano il primo amore insieme al primo dolore”. Le ragazze di provincia sono controllate a vista, ma i ragazzi di provincia non sono obbligati alla castità.

Ah, povere mete. Si accumula e si sperpera tra studi universitari fatti male, trasalimenti sessuali confusi, droghine fatte in casa. La cannabis la chiamiamo ancora “mariagiovanna”. A Barcellona, sotto il generalissimo, è già pieno di “ometti con rimmel, rossetti e riccioletti, molto invadenti”. La provincia pavese è la stessa di oggi, meschina come una canzone degli 883. Alla Capannina, a Forte dei Marmi, si dice: “Barman, allungami un Davide”. Vorrebbe dire un Campari. Oppure “un Martinetto”, sarebbe un Martini. Aggiungendo: “Con un soffio di seltz”. Ah, i blue jeans non si addicono al signor Prufrock. Parcheggiamo davanti al primo albergo e troviamo subito una camera libera. Si incontrano amiche del mare, e anche altri ragazzi, senza nessuno strascico. La pineta sta sempre lì. Gli intellettuali sembrano “vecchioni con le barbe”. La guerra è alle spalle, come un infinito fastidio. Il boom è alle porte, un dannato acceleratore da premere. Sono vacanze, in fondo, e ogni percezione è provvisoria. “Si potrebbe magari dire, che stagioni?”.

Luca Di Ciaccio • 13 agosto 2007


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