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Femministe in vacanza

Ci mancava giusto il collettivo post-femminista in vacanza. Coi miei compagni di viaggio, sognavamo al massimo una rivalità tra vicini di villegiatura da ultima commedia all’italiana, tipo quella del film “Ferie d’agosto” e le due famiglie, la progressista e la berlusconiana a tirarsi i piatti, e la Ferilli che tresca al centro vabbe’, ma poi fare come Silvio Orlando in quella mitica scena, sai che soddisfazione, nella tavolata di Ferragosto che diventa una resa dei conti tra una parte e l’altra del Paese, “ma noi chi? noi chiii? noi di sinistra, noi comunisti? e quale malgoverno, quale consociativismo? i nostri spazi ce li siamo conquistati con le nostre forze, il nostro talento, le nostre intelligenze!”, e applausi e fischi in veranda. Ovviamente non ne varrebbe la pena. Sono altre le linee di frattura della società, men che meno quando si sta in ferie. Tuttavia l’invito delle vicine di casa femministe alla fine lo abbiamo accettato. Correva voce sull’isola che qualcuna di loro avesse persino rinunciato a scendere in spiaggia pur di prepararsi all’incontro serale, e sgominare coloro che tra di noi – i soliti maschi dominatori – già avevano insinuato “oddio, le femministe? nel duemilasette? che palle!”. Noi avevamo studiato di meno a proposito dei teorici del Genere e dei pensatori della Differenza. Post-femministe contro Postmoderni, diciamo così.

Il match è finito in pareggio. In fondo – abbiamo esordito noi – lo dice pure Veronesi che nel giro di un secolo diventeremo tutti bisessuali. Ma le donne scompaiono, le donne si maschilizzano, ribattevano loro. Gli abbiamo rinfacciato Serge Moscovici e gli studi sulle minoranze attive, per dire che la breccia femminista si è già aperta, il movimento ha vinto la sua pressione, ora bisogna passare oltre. Gli abbiamo rinfacciato pure Viola Valentino e l’indimenticata canzone “Comprami”, poichè “è il mercato che vi ha liberate, care mie”. Un’isolata voce, rimasta inascoltata, ha osato pure rinfacciare “avete fatto fallire Lotta Continua”. Non gli abbiamo rinfacciato, almeno questo no, la signorina Brambilla, presunta erede del Cavaliere, che affida il suo potere alle minigonne, usando la Differenza di Genere proprio nel modo che gli uomini, ma anche le donne, temono di più.

Loro hanno replicato che il femminismo non esiste, piuttosto esistono i femminismi. Che le discriminazioni alle donne sul lavoro sono ancora troppe di più delle donne che si allisciano maliziose il capoufficio per avanzare di carriera. Che forse anche noi dovremmo provare ogni tanto a fare pipì da seduti. Ma insomma, noi siamo democratici, sinceramente superpartes e stragender, forse un poco turbati da tutto questo bailamme, davvero non volevamo scendere nell’antifemminismo alla Squallor, a noi interessava spiegare che il femminismo oggi non è più roba da femmine, con tutto il rispetto. E nemmeno una faccenda da liquidare con qualche banale quota rosa. Anche nell’Italia di oggi, che mette da parte le donne allo stesso modo in cui mette da parte i giovani o mette da parte i capaci o mette da parte i volenterosi. “Ma io sono uomo e voglio essere femminista, sul serio, ma non voglio chiamarmi così”. “Ma provate, voi maschi, a farvi un po’ di sedute di autocoscienza e vedete che ne esce”. Quanto è tediosa la conversazione, scrive John Updike nel suo ultimo libro, quando tutte le categorie stanno sulla difensiva, pronte a combattere.

Luca Di Ciaccio • 6 settembre 2007


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