Ludik

un blog

Cielo color salmone

Via Carmelo Bene, alla periferia nord di Roma, è un incrocio di curve che si attorcigliano attorno a non-luoghi. Centri commerciali in via di costruzione e palazzoni residenziali ancora deserti, circondati da nubi di polvere e cartelloni di vendesi che promettono le mirabilie di un nuovo quartiere nascente. Le frecce sono minuscole di fronte all’immensità di ciò che indicano. Non è più il tempo delle erranze, è solo il tempo degli errori, avrebbe detto lui. “Precipitare nell’umano – che parola schifosa – questa è la disavventura”. Curvoni sopraelevati, parcheggi sotterranei gialli e blu come una carta di credito, palazzi disseminati qua e là, una svincolo nel nulla, una torre squadrata di vetro, un paio di gru. Pare di stare in un gioco di macchinine. Dalle vetrate dell’Ikea ammiro un cielo color salmone. Mobili e soprammobili impilati nel legno smontabile invece di dare un segno di precarietà suggeriscono la direzione di un destino. Certo, uno può non seguire le frecce per terra, oppure disertare il reparto dei lumini e delle candele (“la candela – sostiene il mio amico Nico – è la precipua dimensione che sancisce il grado di schiavitù al dio pagano svedese”). Ma se non vedi tutto, cosa ci sei venuto a fare all’Ikea? E così si marcia, come soldati nell’esercito della felicità provvisoria, come latini che fanno oh di fronte alla perfida organizzazione svedese, e ovviamente guai a disertare.

Tutti coloro, uomini e donne, che viaggiano tra i corridoi dell’Ikea sembrano avere l’idea di un progetto, anche se volatile come un qualunque contratto, eppure mi sento un po’ sguarnito se non ho da offrire allo scontrino nemmeno un fremito di speranza, un’attesa di felicità per una vita nuova tutta da arredare con librerie in faggio e portautensili di alluminio. Eppure anche quelli senza uno straccio di progetto o uno straccio di contratto vengono qui tutti contenti perchè qui si possono provare le stanze. Posso buttarmi sui letti, sedermi a tavola di cucine stile country, o ciondolare in una living room minimalista con gli sgabelli neri alti, e poi fingo di battere i tasti di computer in uffici ipertecnologici, guardarmi negli specchi di bagni vezzosi. Posso uscire ed entrare da vite possibili, senza fare alcuno sforzo per inventarle. Come se dietro gli arredamenti componibili in plastica e truciolato si celasse il segreto di una vita migliore, di una sorta di risveglio e realizzazione spirituale delle nostri altrimenti inani esistenze, e questa è la tremenda illusione di cui la multinazionale svedese è campione, almeno per l’attuale incerta generazione all’incirca trentenne, questo è ciò che a nessun mobilificio di vetro opaco e arte povera, a nessun arredatore con la cravatta larga, a nessuna buonanima di Concetta Mobili di provincia è mai riuscito.

Per qualche minuto può sembrare meno vero che questo Paese è pieno di vecchi, senza offesa, ma sempre di più, anche solo accendendo la televisione, questa almeno è l’impressione per chi torna dopo un lungo periodo all’estero, come mi racconta una mia amica di ritorno dalla California. Ma non basterà nemmeno l’Ikea a far figliare questa stanca penisola. Pure se nei portafotografie in vendita ci stanno famiglie perfette di svedesi biondi, e qualcuno se non fa attenzione potrebbe portartele a casa e lasciarle così, invece che metterci le foto dei suoi cari, tutti curti, niri e chiattulelli.

ikeanegozi

Luca Di Ciaccio • 10 ottobre 2007


Previous Post

Next Post