Ludik

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Ricchi o poveri o praghesi

Tazze sbeccate, pneumatici bucati, chiavi arrugginite, specchi rotti in cornici di legno muffo, una bacinella azzurra piena di crauti, spillette inutili, videocassette amatoriali registrate in casa con l’etichetta in ceco scritta a penna, un abito da sposa appeso alla portiera di una Skoda color verde oliva, giacche militari di chissà quale sconfitto esercito, un pupazzo decapitato di babbo natale, due mandolini scordati, stufe scrostate… Tra un capannone demolito e un altro ancora in piedi, alla periferia di Praga, va in scena uno dei tanti improbabili mercati proprio sul filo della frontiera in cui tutti hanno un pezzo d’anima da riciclare, e ognuno può sperare di sentirsi più zingaro dell’altro, disorientati dalla solita miseria e da appena un po’ di televisione. E’ chiaro che siamo tutti lì per sbaglio: noi, i turisti giapponesi, i rom che trascinano i loro piedi sporchi, il vecchio pensionato col cappotto liso, la ragazza punk dal trucco scomposto, l’uomo con la barba vecchia e la faccia da soldato.

Praga, Praga, è una città dove non sopravvive niente, cantilenava sul palco il cantante degli Offlaga Disco Pax. “Ripulita dal grigiore brezneviano Praga splende nei suoi palazzi barocchi e liberty pieni di turisti più o meno sessuali e appare piccola, misteriosa e decadente nonostante gli sforzi di mostrare una economia in espansione”. E in quella canzone formidabile, toccante, su affinità e divergenze tra comunismo e consumismo – che si intitolava “Tatranky” – Max degli Offlaga racconta della sua vita notturna al club Lucerna, quando c’è la serata anni Ottanta. Fino a quando il dj mette “Felicità”. Quella di Al Bano e Romina. La cantano tutti. Lui si sente malissimo. Poi prima di ripartire compra come souvenir trenta pacchetti di autarchici wafer marca Tatranky, appunto. “Solo dopo qualche giorno ho notato un marchio un po’ nascosto: danone… danone. Ci hanno davvero preso tutto! Ci hanno preso tutto”. Ma andavano forte anche i Ricchi e Poveri – nomen omen – nell’est filosovietico, ai tempi. Ricordo, un po’ d’anni fa, una gita scolastica a Praga, e qualcuno per strada scambiava la nostra mingherlina professoressa di educazione fisica, dal verace assento siculo, per la brunetta Angela dei Ricchi e Poveri, e una sera in discoteca, sulle note travolgenti di “Sarà perché ti amo”, una ragazza tentò addirittura di rimorchiarsela. La brunetta, ormai lo sanno tutti, ha contribuito al crollo dei regimi sovietici quasi quanto un Reagan o un Wojtila. Il baffone del gruppo invece, secondo me, era una controspia del Kgb, ma questa è un’altra storia.

Lo dice pure Claudio Magris, che di Mitteleuropa se ne intende, e chi oserebbe contraddirlo, che Praga coi suoi indecifrabili abitanti vive di stalli e fantasie, e ora la magia della città sopravvissuta al comunismo rischia di appassire a contatto con l’Occidente. Deve essere la diffusa sensazione di sentirsi come Venceslao a cavallo, ma non quello della statua originale, trionfante, ma quello dell’opera moderna, col cavallo rovesciato e il cavaliere invertito. Ma che volete che vi dica, io nutrivo poche ambizioni, mi limitavo a seguire una ragazza che conosco col cappello di lana rosso sulla testa e cercando di bere bevande che ubriachino solo i miscredenti.

Luca Di Ciaccio • 8 novembre 2007


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