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L’isola dei cinesi

“Noi abbiamo tutto, signole” mi dice la gentile commessa all’entrata, e non fatico a crederle. Nei tempi grami che stiamo attraversando, abbacchiati da crisi e inflazioni di vario genere, gli esercizi commerciali dei cinesi dovrebbero rappresentare una voce a parte dell’economia globale. Essi infatti non conoscono la crisi ma non conoscono nemmeno il successo: navigano in un eterno presente fatto di luci al neon e sol dell’avvenire. La prima tipologia di negozio cinese – molto diffusa nelle città, in espansione anche in provincia – è rappresentata dagli empori fornitissimi, bazar di inutilità a prezzi stracciati: dalle pentole ai collant, dai gingilli di plastica ai fiori finti, dai giocattoli con “velo malchio Ce!” alle valigette in similpelle, dalle mutande in pizzo alle tazzine per il caffè, e via dicendo. “Vendelemo anche le sigalette!” cinguetta uno che già prepara l’apposito scaffale. A dire il vero, in molti vanno a farsi un giro tra i corridoi di chincaglierie assortire, ma in pochi ne escono con le borse piene. Durante il periodo delle feste capita di imbattersi anche in pupazzi di Babbo Natale alti un metro che cantano inquietanti jingle bells con vocina elettrica e accento di Shangai.

La seconda tipologia di negozio cinese – particolarmente diffusa nelle Chinatown metropolitane, come a Roma nei dintorni di piazza Vittorio – è quella dei locali vuoti. Negozi identici l’uno all’altro, le pareti chiare, le luci al neon. Poca merce in vendita: scatole di cartone piene di gingilli di plastica, sugli scaffali improbabili souvenir d’italie, alle pareti magliette e pantaloni di stoffa acrilica di colori acidi. Questi negozi di cinesi sono sempre vuoti. E se, mosso dalla curiosità, ti affacci dentro, vieni guardato con sospetto. La scrittrice Elena Stancanelli li ha ben descritti nel suo libro di racconti romani: “Loro sono lì, seduti su uno sgabello e intenti in conversazioni misteriose, e tengono d’occhio la porta. Quando qualcuno apre si voltano tutti insieme e tacciono. Spesso si dicono qualcosa a bassa voce, come se noi non potessimo sentirli e capire. Non vendono niente questi negozi, mai”.

Lentamente i cinesi si stanno comprando intere strade, interi quartieri di città. Qualche agente immobiliare racconta che pagano sempre in contanti. Firmano davanti al loro notaio di fiducia e tirano fuori la loro valigia di soldi. Che se ne fanno i cinesi di tutte queste case e questi negozi? Da dove arrivano tutti quei soldi? I cinesi sono il grande mistero dell’onda migrante. Non si mischiano, si fanno i fatti loro. Le loro comunità all’estero tendono a rinchiudersi in tante piccole muraglie e a non aver rapporti con la comunità indigena. Si industriano a esser seppelliti in patria e c’è un giro di cadaveri in container che partono da Napoli alla volta della Cina, ne ha scritto perfino Roberto Saviano in un memorabile capitolo di “Gomorra”. Di fatto, i morti cinesi ufficiali in Italia, dal 2000 a oggi, sono 30, su una comunità ufficiale di 150mila persone. Insomma la Grande Cina è tra noi, e in fin dei conti non possiamo che essere lieti di tanta potenza. Avete presente la storia del battito d’ali di farfalla a Pechino e via discorrendo? Siamo sicuri che pure il nostro gingillo di plastica sulla Tiburtina contribuirà a saldare il debito pubblico degli Stati Uniti, e che pure col nostro involtino primavera sul lungomare ci compreremo un pezzo di Morgan Stanley a Wall Street. E certo, se incroceremo un dissidente o un Dalai Lama qualunque, per “ragion di Stato” faremo finta di non salutarlo.

Luca Di Ciaccio • 27 dicembre 2007


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