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Botti di fine anno

Tutto ciò che vive ha confini slabbrati. Tutte le scadenze sono date spanate. Lo leggevo in un libro e lo riporto qui, convincendomi che sia vero. Lo yogurt, per esempio. Sul coperchietto c’è scritto che scade il 15. Ma se lo mangio il 16 o il 17 non succede niente. E’ buono lo stesso. Anche l’ozono nell’aria che respiriamo. L’ozono c’è sempre, ma sotto una certa soglia l’aria è fantastica, l’ozono è profumato, fa arricciare i capelli, cura le carie ai denti. Poi sale di una tacca e diventa mortale, tutti a casa. Annuisco da solo. Funziona anche con le storie d’amore. Oggi mi sono messa con Tizio, scrivono le ragazzine sui diari. Stiamo insieme da due anni e quattro giorni. Domani è il nostro primo anniversario. L’amore inizia e finisce in un dato momento, come una telefonata? Oppure c’è chi dice questa, sentite: “Una storia d’amore è una montagna, da una parte comincia e dall’altra finisce. Una storia d’amore è quell’istante in cui ti riposi dopo la salita e prima di iniziare a scendere”. Comunque sia abbiamo bisogno di stabilire parametri, produrre inizi, generare biografie più o meno fantastiche. Basti pensare ai confini delle terre e delle nazioni, su cui pure tanto sangue è scorso. Nient’altro che una sbarra, o un muro, o un filo spinato, o una striscia bianca sul terreno. C’erano di quei paesi al nord, dopo la guerra, dove alcuni si ritrovarono la cucina in Italia e il bagno in Francia, oppure il salotto di casa a Trieste e il pollaio con le galline in Jugoslavia. Come con le epoche della storia. Il Medioevo, il Rinascimento. “Ci sarà gente nata nell’Illuminismo e morta nel Romanticismo. Chissà se se ne sarà accorta”.

Ma giorni come questi, un po’ cristiani, un po’ pagani, un po’ fetenti, forse non sono adatti per lasciarsi andare a simili calcoli. Sull’inutilità del tempo. Siamo troppo indaffarati a lasciarsi andare in questo gregge disperso che siamo, possibilmente impegnati a farci trovare sorridenti e in posa, per un bacio sulla guancia e un goccio di spumante, quando arriverà la mezzanotte del trentuno. Siamo troppo indaffarati a eludere la trasparenza anziché mostrare i resoconti, a spiegare con pazienza i dettagli delle entrate e delle uscite. Ma ci saranno almeno i botti a stordirci, quel rito demenziale dei botti di Capodanno, con quel rumore che piace tanto a noi italiani. Con la sua prevedibile statistica di storpiati e orbati, di feriti e di morti. Ma quanto piace a questo Paese avere il primato del botto: tric e trac di sapienza e di furbizia, mortaretti di imbrogli e di pacchianeria, botti afasici e malati di nervi, ma anche miseri fischi in cerca di scompiglio, petardi raccomandati da lanciare tra le gambe degli zoppi, oppure mezzibotti che partono spavaldi rasoterra ma si fermano senza fare bum. C’è sempre un botto che riempie il vuoto e nasconde l’assenza di stile.

Ancora una quindicina d’anni fa insieme ai botti resisteva, specie nelle città del sud, l’altra tradizione del Capodanno: arrivava l’anno nuovo e si buttava giù dalle finestre e dai balconi la roba vecchia. Cosicché quando la mattina dopo, da piccolo, percorrevo il corso affianco casa mia, con mamma che mi raccomandava di non toccare i petardi abbandonati, sembrava quasi il teatro di una guerra di pazzi, di un’intifada di sciuponi senza vergogna e senza timori. Materassi, pezzi di mobile, vecchi televisori, piatti di ceramica, perfino qualche lavatrice. In una famosa scena di un film di Fantozzi gliene piomba una sulla macchina, sfasciandola. Tutti giù per terra, insomma. Adesso non si usa più. Insistiamo a contare gli anni, e forse ci sentiamo tutti un po’ come degli yogurt scaduti ma ancora commestibili. Il nuovo è un miraggio, del vecchio è meglio non buttare via niente. Anche stavolta, l’oroscopo pronostica sviluppi decisivi. Più che altro: ci vediamo l’anno nuovo, che sia o meno anche un nuovo anno.

Luca Di Ciaccio • 30 dicembre 2007


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