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La Piaja che non guarda il mare

C’è un uomo in un capannone. Intorno a lui barche in allestimento, come scheletri di cetaceo sollevati da terra. Poppe e prue si confondono e si scrutano a vicenda. Prima o poi cominceranno a nuotare, o torneranno a farlo. Ma ora ogni pezzo sembra abbandonato a se stesso, ogni pezzo in realtà si porta dietro una scadenza. Un cantiere navale non smette mai di lavorare, anche quando il resto della città – alle sue spalle – se ne dimentica. Nei tempi antichi dalla potenza marinara da Gaeta uscivano le barche migliori. E anche i comandanti e i marinai per le flotte più rinomate. Nel suo porto invece entravano le navi per sentirsi al sicuro, dagli assedi e dalle tempeste. “Subito all’imboccatura esso è angusto, ma dentro è molto più ampio” scriveva nel 1403 il navigatore spagnolo Gonzales de Clavijo, elogiando il porto gaetano. Un porto che appariva affollato e laborioso già agli occhi di Cicerone, ai tempi dei Romani. “Costruire una nave, vedi, non è facile, è anche un’opera di tenacia”. Ma sia la storia che il carattere hanno reso Gaeta una città degli sconfitti, una fortezza degli assedi perduti, un porto delle navigazioni mancate. Il posto adatto per una commedia degli errori come quella che va in scena in questi giorni, con un’azienda esasperata e un quartiere in rivolta, e nel mezzo un’amministrazione comunale che sembra aver perduto la bussola. “E meno male che eravamo una città di navigatori” sospira l’uomo nel capannone, circondato dalle barche.

La gru bianca e rossa dell’azienda nautica Off Shore – una delle ditte leader nel settore della navigazione agonistica, uno di quei pochi tesori imprenditoriali che una città dovrebbe tenersi stretta – che svettava imponente nella piazza del Comune come un minaccioso dito puntato verso il cielo, superando in altezza la torre civica al suo fianco, ha ricordato a molti che anche Gaeta è un posto dove tutto si accumula e nulla si risolve. Come una spiaggia da cui nessuno spazza via i detriti. Come un pentolone dove qualsiasi cosa metti a cucinare non vedrà mai la cottura. È stata una storia di concessioni sbagliate, prima date e poi revocate, aree destinate a verde cedute per farci capannoni, sentenze del Tar che smentiscono accordi in Prefettura, operai che bloccano il lungomare e capipopolo di quartiere che sbraitano in assemblea, bottiglie stappate e poi subito richiuse, finanche un sindaco che prima viene fischiato dai pescatori e poi si mette lui a fischiettare la canzone dei barcaroli. E ancora speculatori politici di bassa lega che non fanno onore a chi vive i disagi (veri) di un quartiere, ma anche scorciatoie improvvisate e firme messe di sotterfugio che non fanno onore a chi rappresenta le istituzioni. Tutti i protagonisti di questa commedia degli errori – solo una delle tante nel nostro paese – sembrano risvegliarsi troppo tardi e ora alzano alti lamenti per dichiararsi vittime di un sistema al quale pure loro però non si sono mai sottratti.

“Guarda lì – mi dice un abitante della Piaja – ci hanno levato il mare dagli occhi” e indica un orrendo capannone bianco, innalzato molti anni fa in spregio al senso estetico, al senso della misura, e di certo anche alla legge. “Ci chiamiamo quartiere Piaja, che in spagnolo vuol dire spiaggia. Spiaggia, e la spiaggia ‘ndo stà?”. La spiaggia è un ricordo che la guerra s’è portato via. Prima ci ormeggiavano gozzi e menaidi. I bambini ci facevano il bagno, senza temere infezioni virali. Poi la seconda guerra mondiale finì e le macerie delle case bombardate furono portate dov’era più semplice portarle: in mare. Tutto un lungomare, a pensarci, è stato fatto così: passeggiamo e guidiamo su pezzi di case bombardate. Sta di fatto che la spiaggia scomparve, il lungomare si ampliò, e lì dove c’è l’ingresso della città per chi arriva da Napoli si trasformò in uno svincolo affollato di semafori, e la Piaja divenne un’altra cosa. Divenne zona di cantieri, di officine, di fabbriche e attracco di navi commerciali. Caolino, coke, e ora zucchero. “Prova a stendere un lenzuolo qui al balcone – si lamenta una signora di casa sul lungomare, lì dove il mare è un cantiere – e poi puoi trovarlo nero o grigio, e in base al colore capisci cosa stanno scaricando”. Così il territorio cambiò forma e sostanza. E ancora la sta cambiando – come scriveva il blogger Lince qualche tempo fa – perché da quando si è scoperto che “water front” non è solo una parola inglese qui è scoppiata la guerra per lo sbocco al mare. “I ‘piaruoli’ stanno a guardare. Guardano verso il mare che non hanno più, verso la spiaggia che non hanno più, verso il panorama che nemmeno hanno più. Come gli indiani nella riserva”.

Guardare il mare nell’area dei cantieri è un’impresa per niente facile. Ci sono darsene dove qualcuno pesca su uno sgabello o piccoli porticcioli costruiti su palafitte. Ci sono capannoni e baracche e gusci di piccoli cantieri e piccole officine, tutto sembra piazzato quasi a casaccio. Ci sono scheletri di barche col muso rivolto verso il mare. C’è la darsena San Carlo che la sua concessione l’ha avuta e adesso se ne sta più ordinata, con le sue barchette ben allineate. C’è una striscia di parco giochi, gentile dono dell’Agip e di altri imprenditori. Ci sono le aziende ittiche, dove pure covano rivolte sindacali. C’è il porto commerciale in espansione. C’è l’Autorità portuale che, da Civitavecchia, comanda su tutto il fronte del porto, e ogni tanto fa costruire qualche spiazzo. C’è quel campetto di calcio dove ancora i bambini vanno a rotolarsi, unico verde rimasto al quartiere, unico posto da cui vedere il mare senza ostacoli, lì appena dietro la porta per i gol. È il luogo su cui si gioca la contesa, chissà fino a quando durerà. C’è pure quel piccolo approdo dove negli anni Settanta girarono la scena di un film con Adriano Celentano: lui piombava a tutta velocità in motoscafo, e lì nella darsena veniva simulata – bum! – un’esplosione. Altro che esplosione ci vorrebbe, pensano in molti gaetani al giorno d’oggi, per dare una sistemata definitiva a tutta quella striscia desolata e arrabattata di porti, officine e cantieri. Un’eredità pesante, vecchia di anni, irrisolta da tutte le passate amministrazioni. La stessa giunta civica che da otto mesi governa Gaeta appare divisa tra l’appoggio ai disagi del quartiere e il sostegno a una attività imprenditoriale bisognosa di nuovi spazi. Invece di cercare una soluzione per la ditta Off Shore questa sarebbe la volta buona di trovarla per tutti. Camminando tra le erbacce della Piaja viene in mente quanto sia vero che tutte le città di mare sono città che desiderano la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono nella terra. Quella terra che è comunque ferma e sicura come la rendita, mentre il mare è pericolo e agitato come il rischio di impresa.

Luca Di Ciaccio • 28 gennaio 2008


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