Ludik

un blog

La forma privata dell’acqua

Non si sa cosa bevano i corrotti e i corruttori della nostra acqua, dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle case, in provincia di Latina come altrove, non sappiamo se sono idrofobi o magari pure ubriachi. Forse sono solo vacui, come ogni tubatura e ogni cisterna e ogni recipiente che si rispetti. D’altronde è accertato che l’acqua non ha forma, e ogni volta prende la forma del contenitore in cui è versata. Così la nostra acqua, l’acqua di molte province italiane, non poteva che prendere la forma del malaffare e della tangente, la forma della lottizzazione e quella dell’appalto truccato, la classica forma della maneggio travestito da modernità.

Dicono gli inquirenti che lo scandalo di Acqualatina, con l’inchiesta giudiziaria che ha portato all’arresto di una parte dei vertici della società mista pubblico/privata che fornisce l’acqua a sud di Roma in tutta la provincia pontina, potrebbe aprire il famoso vaso di Pandora. Dietro i quindici milioni di euro di appalti contestati dalla procura pontina si cela infatti un vero e proprio impero, con ben altre cifre. Intanto, con le imputazioni di truffa aggravata e frode, sono finiti in manette uomini di fiducia del gruppo francese Veolia e del gruppo italiano Pisante, che controllano parte consistente del pacchetto azionario di Acqualatina. Al centro dell’inchiesta le manovre per intascare illegalmente decine di milioni di fondi statali. E in un intreccio di scatole societarie e connessioni finanziarie si intravede il business dei padroni dell’acqua. Esteso dal nord al sud del nostro Paese. Un Paese che non sta con l’acqua alla gola, almeno nel senso letterario del termine. Sono ormai dieci anni che la penuria di acqua preoccupa esperti e amministratori locali, che devono fare i conti con piogge scarse e bacini trasformati in pozzanghere. Sia al Sud, dove l’ultimo rapporto dell’Autorità sulle risorse idriche indica possibili guerre tra territori poveri di risorse. Sia al Nord, dove inefficienze e sprechi portano la rete a perdere fino al 50 per cento dell’acqua immessa nelle condutture. Eppure i tubi rotti, le infrastrutture vecchie, i furti liquidi non bastano ad allontanare i privati da un business che, con un giro d’affari annuo di 2,7 miliardi, fa gola a molti.

Una legge nazionale del 1994 ha permesso l’ingresso dei privati nella gestione delle acque pubbliche. L’arrivo di nuovi padroni e delle società quotate in Borsa – come documentato da una recente inchiesta del settimanale L’Espresso – fa paura a molti: l’assegnazione delle gare non sempre è stata trasparente, e gli scandali non si contano. Quello nostrano di Acqualatina è solo l’ultimo di una serie. Ma la privatizzazione dei servizi pubblici è un obiettivo comune a molti organismi internazionali, dall’Unione Europea all’Organizzazione Mondiale del Commercio, con le multinazionali che spingono. Nonostante le moltre resistenze incontrate a livello locale, grazie all’opposizione di comuni, associazioni, cittadini. Liberalizzare i servizi, resta la parola d’ordine. Per “servizi” si intendono luce, acqua, istruzione, sanità, trasporti, e un centinaio di settori economici che insieme valgono un terzo del commercio mondiale, più di un migliaio di miliardi di fatturato. Un bel bocconcino, da immettere nel Mercato Globale. Ma a chi giova? Ai cittadini – consumatori? Forse, chissà.

Da qualche anno gli scaffali delle nostre librerie pendono sotto il peso recente di una storiografia e di una sociologia terzomondista all’acqua piovana, con l’idea base che la lotta per l’acqua è oggi la lotta per il plusvalore, il globalismo nella sua versione idrica. Nel saggio dell’economista indiana Vandana Shiva “Le guerre dell’acqua”, pubblicato nel 2003, si profetizzava addirittura un Jihad idrico e si rintracciava nell’acqua il motivo di tutte le guerre attuali, con Turchia Siria e Iraq che si battono per le dighe sul Tigri e sull’Eufrate, Israele e Palestina che si contendono il Giordano, l’India che combatte contro le multinazionali per lo sfruttamento della acque del Gange, Messico e Stati Uniti che si azzuffano per il Colorado, Egitto e Sudan per il Nilo… E forse pure, aggiungeremmo noi, Formia e Minturno che si scornano per la sorgente Mazzocco. Perché poi, sostengono gli studiosi dell’idrocapitalismo, “i poveri avranno l’acqua del fango e i ricchi l’acqua minerale”. Peccato però che i poveri dell’Italia, da Roma in giù, l’acqua l’abbiano avuta ben poco nella storia, pure recente.

Come in tutte le cose anche per capire com’è fatta la forma della nostra acqua non basta indossare gli occhiali dell’ideologia. Liberista o noglobalista che sia. Nelle nostre città sudpontine, infatti, l’acqua mancava dai rubinetti ben prima dell’avvento di Acqualatina, dai tempi del carrozzone pubblico degli Aurunci. E le bollette salate, salatissime, spesso sballate, continuano ad arrivare pure oggi, anche se come dice l’attuale presidente di Acqualatina “gli scandali appartengono al passato”. E proprio lui, il presidente di Acqualatina, non è un avido manager liberista, né uno spietato ingegnere idraulico d’oltralpe, bensì un senatore di Forza Italia, come il suo predecessore ora arrestato era un presidente di provincia con la tessera dell’Udc. Così come l’ex vicepresidente anch’egli incriminato era un manager tecnico pubblicamente riconosciuto come vicino al centrosinistra. Insomma, pure la nostra acqua modella la sua forma su una classe politica avida, su una dirigenza economica irresponsabile, e trova pure il suo colore negli stessi colori del partito che offre di più. Questo che vediamo in Acqualatina, infatti, è appena un idrocapitalismo truccato. Non assomiglia alle perfide multinazionali dell’acqua in bottiglia, e nemmeno ai cinici disegni ultra-liberisti del Wto. Piuttosto sembra il solito pasticcio all’italiana. Il socio pubblico, anche se di maggioranza, non conta nulla. Serve, casomai, a dare le opportune coperture politiche, a tenere buona l’opinione pubblica quando serve e, soprattutto, a garantire che i fondi pubblici confluiscano nelle casse delle Società di gestione. “Lascia fare a me, a quello ci penso io”, avrebbe scritto in una e-mail uno degli indagati a Latina; e quello era proprio il rappresentante dello Stato. Chi decide come spendere i soldi, come preparare le gare d’appalto, chi invitare ad abbeverarsi è sempre il socio privato. E si sa che, tra un tubo che perde e un depuratore che si ottura, c’è sempre un’emergenza su cui giocare, un’istituzione arrugginita da oliare. Nel Paese degli assetati c’è sempre qualcuno a cui darla a bere.

Luca Di Ciaccio • 12 febbraio 2008


Previous Post

Next Post