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Abbi cura di te

La lettera è una qualunque lettera d’addio. Se si può dire qualunque di un addio. Sta lì, tutta contenuta nella schermata di un computer, fredda, ineccepibile, apparentemente addolorata. Sfiora le colpe, tocca il cuore, dosa le parole. Premi il cursore per scendere, ne cerchi ancora ma non serve: è finita. Il repertorio è classico. “Avrei preferito parlarti a voce, invece ti scrivo”. “Ho creduto che avrei potuto darti il bene”, “che il tuo amore fosse benefico per me”. “Non ti ho mai mentito e non comincerò a farlo oggi”. “Mi dicesti che quando avremmo cessato di amarci non avremmo più potuto vederci: una regola che mi pare dolorosa e ingiusta. Tuttavia: non potrò diventare per te un amico”. Alcune specifiche di questa storia, poi l’inevitabile “ti ho amata nel mio modo e continuerò a farlo, non cesserò di portarti con me”. La chiusura, infine. “Avrei preferito che le cose andassero diversamente”. Le ultime quattro parole. “Abbi cura di te”. Sophie si ferma di fronte a quella frase, quella piccola apparente premura: non si può respingere un invito così, non si può accettarlo se allegato al dolore di un addio. Take care of yourself, prenez soin de vous, cuidate mucho. Su quella frase, sulla sua seduzione e sul suo tormento, Sophie costruisce la sua opera d’arte.

Arte moderna, si. Per cercare di capire come si supera il vuoto, come si affronta il senso che non c’è di un’esistenza, come a volte ci si inganna. Quella mail di addio la fa leggere a tante donne diverse, la fa passare sotto tanti occhi. L’esame dell’intelletto, per cominciare, i freddi strumenti del raziocinio. Sophie fa tradurre la lettera in codice morse, in linguaggio esadecimale, in braille, in stenografico. Con un trascrizione fonetica, con la brevità di un sms. E in codice a barre, come se dovesse farla passare dalla cassa di un supermercato. L’analisi del testo: soggetto, verbo, sintassi e paratassi, logica e grammatica. Evidenza delle forme verbali: quanti gerundi, quanti imperativi, quanti condizionali. Frequenza del soggetto: io il triplo di tu. Riferimenti letterari: I Fratelli Karamazov, Resurrezione, La Repubblica di Platone, Jane Austen. Allora Sophie passa la lettera all’esame degli altri, altre donne, altre vite. “Abbi cura di te”: ma come si fa? Ciascuna risponde nel suo modo. La lettera nelle mani di una cartoonist diventa una striscia comica, la giornalista di agenzia ne fa un lancio, il giudice una sentenza, il medico un referto. Le sessuologa compila una ricetta: “No, non posso prescriverle antidepressivi. Lei è solo triste. Un evento doloroso fa male ma la soluzione non può essere chimica”. La psicanalista, dietro al lettino, si sofferma sulla “brutalità della vacuità della frase omicida finale, come a dire abbi cura di te stessa perché non sarò io a farlo”. L’avvocato suggerisce due anni di carcere e trentasettemila euro di ammenda per il soggetto, colpevole di truffa e contraffazione. La redattrice di parole crociate ne fa un cruciverba: incroci le parole “benefico” e “irrimediabile” e “amante”, e veda lei la soluzione. La sociologa ne ricava un saggio di centinaia di pagine: “L’esacerbarsi dell’amore eterosessuale in Occidente”. La criminologa analizza il soggetto mittente: “Intelligente, seducente, narcisista; psicologicamente pericoloso e/o grande scrittore”. Una scrittrice ne fa una novella per bambini. La maestra elementare in bella calligrafia la propone come compito in classe: “Dai un titolo a questo racconto, chi è il protagonista? qual è il problema? In che modo il protagonista lo risolve? Trova un altro finale alla storia”.

Ambra, nove anni e mezzo, lo svolge: “Sembra che lui l’ami. Se l’ama non capisco perché la lascia. E’ una storia triste”. La cartomante fa i tarocchi: l’eremita, il matto, l’imperatrice, la luna, l’impiccato. La giocatrice di scacchi la prende come una partita: “Il re nero perde”. La latinista traduce: “Cura ut valeus”, così si dice. La contabile fa un bilancio del dare e avere in amore. La tiratrice di carabina fa un bersaglio col foglio: prende la mira e spara. Una clown gesticola. Una casalinga legge e affetta cipolle. Una madre scrive alla figlia: “Amore mio, si lascia e si è lasciati, è questo il nome del gioco”. C’è chi ne fa una canzone, chi accenna un passo di danza, chi mette dei fiori in un vaso, chi si guarda allo specchio e tace, chi rompe lo specchio. Per Sophie va tutto meglio. Quanti posti trova l’amore nel rumore del mondo? Alla fine resta Brenda, maestoso pappagallo bianco con cresta dorata. Col becco fa a pezzi la lettera, la assaggia, ne mangia un po’, non gli piace, la butta.

Luca Di Ciaccio • 14 febbraio 2008


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