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Seduto in panchina

La mia panchina preferita sta a Porta Maggiore, nel mezzo degli incroci dei tram che si divincolano tra il centro e le periferie di Roma. Più che una panchina una lastra di marmo. Mi piace sedermi lì, in mezzo alla gente che aspetta il prossimo tram, o la coincidenza di un autobus. E però restarci fermo, in mezzo ai mulinelli e ai vortici di gente, al via via indifferente dei passanti, anche quando il tram arriva e poi riparte, e osservare le onde e i movimenti che fanno tutti, come pesci assorbiti da una risacca, i pensionati e gli immigrati, gli impiegati e le mamme coi bambini, e più in là le macchine ai semafori, le luci dei negozi, la porta girevole di un albergo, e il rumore dei treni che partono e arrivano dalla stazione lì vicino, e che sfiorano un balcone con dei panni che paiono lì stesi da anni. Su quella panchina mi siedo, senza aspettare, mi metto a vagabondare restando immobile.

Ho letto il bel libro di Beppe Sebaste dedicato alle panchine. Quasi nessuno – scrive – fa più caso agli uomini seduti in panchina. Molti passano e distolgono lo sguardo. Uno seduto in panchina chi può essere? Un barbone o un immigrato o un tossico (molti sindaci settentrionali le panchine le fanno togliere con apposita ordinanza, apposta per non farceli sedere, sperando che magari scompaiano). Un disoccupato, uno sfaccendato, uno messo in riserva dalla vita. “Me ne sto seduto lì  e in quel momento mi sottraggo non solo alle regole non scritte dell’efficienza, ma allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinta o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile”. Quante storie sulle panchine ho scoperto nel suo libro. Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che, nella Milano degli anni Sessanta, quella del boom economico e della vita agra, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, strascicando i piedi. Mica facile fermarsi. C’è chi si ferma e sa dove stava andando. Altri si fermano perché non lo sanno più. Pure il protagonista di “Caos calmo”, il film, travolto dagli eventi, ferma il mondo, scende, si siede su una panchina e aspetta che sua figlia esca da scuola e il flusso della vita riprenda. Sarà la vita che sale e poi riscende. Leggo che un anno fa a Trieste si formarono dei veri e propri comitati di resistenza: “Come può venire in mente di segare delle panchine?”. Lo scrittore Marco Paolini esortò i triestini a mettersi sulla schiena un bel numero “13”, come i giocatori di calcio d’una volta quando dovevano restare fuori campo come riserve, e aggiunse: “Intorno a noi è pieno di gente pronta a toglierci di sotto il culo la tua panchina gratuita e a offrirci mille alternative a pagamento”. Una panchina è il posto adatto per starsene, un attimo o più, al centro dell’universo, appena il proprio, ai margini del caos, non necessariamente calmo.

Certi amori sbocciano sulle panchine, e più passa il tempo più mi convinco che vorrei trovare l’amore per caso, senza cercarlo, che idea molesta e perfetta, come se bastasse solo riconoscersi e fermarsi, in mezzo alla folla che scorre. Qualcuno lancerà uno sguardo di disapprovazione verso un bacio dato o rubato su una panchina, un’altro mediterà di fronte al mare sulla libertà che gli rimane, altri aspetteranno il prossimo a sedersi, a fianco, sconosciuti cui raccontare la propria vita alla fermata dell’autobus, come faceva Forrest Gump. “Ogni posto racconta una storia e ognuno ha una storia da raccontare”. Il fatto è che nessuno ha più tempo per sedersi senza far niente. “Attendere senza attendersi nulla” come lo Zarathustra di Nietzsche, che però alla fine era uscito pazzo.

Luca Di Ciaccio • 25 febbraio 2008


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