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Tempeste e maratone

Strani uomini magri, con la faccia provata dal sudore che cola e dall’adrenalina che sciama, avvolti da mantelline di carta stagnola dorata si trascinano sotto i nuvoloni di una domenica non ancora primaverile. E’ appena finita la maratona, qualcuno ancora la sta correndo, qualcun’altro ancora obbedisce all’imperativo morale di incitare l’uomo solo che corre anche se senza aspirazioni di comando, e la città pare riempirsi di traguardi personali tagliati, non importa se da primi o da ultimi. Correre, correre, e ognuno si sceglie la sua bestia da stancare. “Io non corro, ma da solo” scrisse tempo fa Sofri anziano su un giornale, smontando slogan elettorali di più ampie pretese. Ricordava un verso di Dino Campana, che faceva più o meno così: “Vorrei un giorno camminar da solo, ma solo solo, senza me stesso”.

Le strade laterali sono ombre in cui rifugiarsi, lontano dagli schiamazzi della folla turistica. Passo davanti all’agenzia delle entrate di via dei Normanni, dove adesso cresce l’erbaccia e la ruggine avanza. Sugli scalini, dove prima file di contribuenti e tartassati della capitale facevano la fila fumando nervosamente, in attesa del loro carico fiscale, ora dormono un paio di disperati sui cartoni.

Mi allontano dai maratoneti e finisco in un parco pubblico che non conoscevo, seguito da un gatto. Una coppia di anziane signore si aggira tra le erbacce. Un ragazzo in carrozzella osserva da lontano suoi coetanei che giocano a pallacanestro. Attratto da musiche sincopate e rumori metallici mi avvicino verso quella che sembra una casa. Mi imbatto in una specie di scuola di teatro all’aperto, provano “La Tempesta” di Shakespeare, tra fusti di metallo e segnali stradali divelti, danzando e mimando attorno a una botte lo spirito Ariel che si libera dalla trappola della strega Sycorax e il deforme Calibano che si aggirra sull’isola ancora deserta, in attesa di nuove razze umane per ripopolare pezzi di mondo, prima che il mondo si dissolva come una cerimonia inconsistente. Appollaiato sui rami di un albero, davanti agli attori, un ragazzo con cappello nero legge Baudelaire, dandosi pure lui al giardinaggio dei fiori del male. Santa è la bellezza tanta è la paura, sentivo cantare in un concerto di qualche sera fa. Bisogna combattere le belle giornate e tutti i misteri. Correre, camminare, sostare. Vabbe’, per questa volta mi perdono.

Luca Di Ciaccio • 17 marzo 2008


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