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Monoscopio

Fuori il cielo, ma anche le strade, gli alberi, le automobili, il mare in lontananza, tutto insomma, appare grigio, un grigio infame per tutti i vacanzieri fottuti dal primo ponte di primavera, un grigio che invece da sollievo a chi finalmente può uscire di casa per passeggiare sotto la pioggia senza incrociare brutte facce, un grigio che rende abbastanza plausibile l’idea del mondo come una distesa infinita di plastici di modellisti. Sulle cronache dei giornali leggo del caso misterioso di un uomo di mezza età, completamente nudo, trovato morto nel congelatore in casa di una donna, nel mezzo dell’operosa pianura pontina, ormai ricoperta dagli alberi di kiwi. Lei, “la mantide” come continuano a chiamarla i giornali, dalla cella si discolpa e non fa che pensare ai suoi quattro cani, li vorrebbe con sè.

Il mondo è grigio, rimango incollato davanti al computer ad ammirare una galleria di monoscopi. Nella loro paralizzante, colorata fissità. Forse c’era un tempo in cui era bello persino fermarsi davanti al televisore e guardare il monoscopio. Quel cartello di identificazione che appariva sul teleschermo per molte ore, agli inizi di giorno poi specialmente di notte, e serviva ai riparatori di apparecchi per la taratura e la centratura dello schermo, ma serviva pure allo spettatore come spasmodica attesa. Poi un giorno, senza preavviso, i monoscopi furono aboliti. Ma forse quando esistevano somigliavano ai sogni precari delle giornate senza sole, delle feste finite prima ancora di essere cominciate, dei fiori che non colsi, addormentati sull’erba della fine delle trasmissioni. In principio era il bianco e nero delle zebre risparmiate dal lavoro umano, poi venne il colore sfavillante degli arcobaleni e delle copertine dei dischi. Pure quella volta, anni fa, in cui mi imbarcai per qualche tempo nella curiosa impresa di mettere in piedi una tv di strada, al massimo di quartiere, lungo le periferie estreme dei telecomandi, dove l’immagine è soltanto nevischio che crepita, “canale morto” si dice in gergo tecnico, a un certo punto mi venne in mente che c’era bisogno del monoscopio. A maggior ragione adesso che le grandi televisioni non lo usano più, “forse perché il monoscopio significa tempo buttato, silenzio, sonno, pensieri portati in paradiso”.

Il disoccupato anarchico Aldo Bologna, protagonista del romanzo di Fulvio Abbate “Teledurruti”, che un giorno decise di mettere in piedi una scalcagnata emittente televisiva, insieme a una gatta con le stimmate e a un paracadudista americano della seconda guerra mondiale piombato giù dal cielo di Roma, pensava che “i monoscopi erano come le foto su ceramica dei morti al cimitero”, un addio, addio, e ancora addio, col miglior abito scuro nella bara ma con la promessa di risorgere, prima o poi, e fare ritorno sotto casa per fare a tutti un culo così. Molto meglio – pensava l’anarchico Bologna – sarebbe stato ricorrere all’enigmistica, “mettere lì un cruciverba che più difficile non si può, da rompercisi il capo, da non andare più a letto, da presentarsi al lavoro solo dopo averlo risolto”. La tv adesso annuncia nuovi temporali. Fuori il cielo assomiglia a un cruciverba.

Luca Di Ciaccio • 25 marzo 2008


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