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La rotonda democratica

Nel Paese dove impazzano le tavole rotonde e dove tutto tende alla sfericità, dai paraurti delle veline al girovita dei politici, era fatale che anche le strade finissero per assumere una forma consona allo smussato dna nazionale. Ovunque si volga lo sguardo è un fiorire incontrollato di rotatorie. Ce n’è una che mi incanta particolarmente, ogni volta che torno dalle mie parti, a Formia, conosciuta dagli automobilisti locali come la “rotonda dei Carabinieri”. Situata in un incrocio multiplo tra Appia e superstrada, affacciata sul mare, dove prima vi era un intrico regolato da semafori, giusto accanto alla caserma dei Carabinieri.

Dato che in Italia, come diceva Prezzolini, nulla è più stabile del provvisorio i lavori sono stati lunghissimi, mesi, stagioni, forse anni: ogni giorno spuntava una striscia gialla nuova, una freccia inedita o un cartello mai visto, una zebratura aggiuntiva, un cordolo che la sera prima non c’era e che forse la mattina dopo non ci sarebbe stato più, qualche catarifrangente incollato sulla carreggiata, la scena era diversa ogni giorno come la tela misteriosa di un artista che si divertisse a modificarla di continuo per celare la sua genialità. Qualcuno suggerì agli amministratori del Comune di fornire ai numerosi automobilisti di passaggio un apposito manualetto di istruzioni, affinché chi la imbocchi possa uscirne intero e senza ammaccature. Ora finalmente la “rotonda dei Carabinieri” pare terminata. Si dice che i militari della confinante stazione l’abbiano ribattezzata “duodeno”: nessuno era mai riuscito a riprodurre qualcosa che assomigliasse così bene a un contorto tubo digerente. A un certo punto sbucò fuori un paradossale e funzionante semaforo, con sommo straniamento dei passanti che giustamente si chiesero: ma allora che l’abbiamo fatta a fare ‘sta dannata rotonda? D’altronde è pur vero che l’Italia oltre a essere il paese delle sfere smussate è pure il paese degli ossimori – le famose “convergenze parallele”, no? – e dunque tutto torna. Recentemente persino l’Economist si lamentava di come la mania delle rotonde, inventate dai francesi un secolo fa, abbia preso piede pure in America.

In Italia fioriscono ovunque da un po’ d’anni. “L’influenza rotoria è un’epidemia peggiore di quella aviaria” ironizzò tempo fa il giornalista Stefano Lorenzetto su Quattroruote, “il contagio è veicolato da una particolare razza di galletti, chiamati sindaci, e può avere effetti letali”. Certo, i vantaggi ci sono: diminuiscono gli incidenti, ma anche i tempi di attesa, i consumi di benzina, le emissioni di anidride carbonica. Dice il sindaco di Cattolica, che ha riempito la sua città di rotonde e ha estirpato tutti i semafori, che “il semaforo è il simbolo del traffico arrogante, con la rotonda il traffico diventa democratico”. Secondo l’architetto Stefano Boeri le rotonde si atteggiano a democratiche ma in realtà sono neoliberiste. “A pagarne le conseguenze sono gli utenti più deboli delle strade: i pedoni e i ciclisti. Sono funzionali alle auto e basta. Se la immagina una mamma che porta a passeggio i bambini al centro di una rotatoria?”. Il sociologo Ilvo Diamanti vede nelle rotonde il simbolo dell’infinita periferia italiana, della solitudine delle province, in particolare quelle del Nord, di certi territori anonimi e indistinti, dove le persone si chiudono dentro casa, senza parlare, a volte esplodendo in feroci delitti.

E certamente tocca pure fare i conti con i numeri: nel nostro paese il tasso di automobili è il più alto d’Europa, quasi 6 ogni 10 abitanti. Il comico Beppe Grillo, prima di accanirsi sulle nefandezze della casta politica, se la prendeva assai volentieri con le rotonde: “se il sindaco si accorge che un cane è un incrocio lo trasforma in una rotonda!” urlò una volta a Treviso. Piaccia o no, la mania delle rotatorie assomiglia un po’ alla politica e al governo del nostro paese. L’effetto è lo stesso: giri, giri, giri, ma poi ti ritrovi sempre al punto di partenza. E spesso non importa della discrepanza tra l’ambizione dei progetti e l’esiguità delle risorse disponibili. Giri, giri, e non capisci più nemmeno dove sta la destra e dove sta la sinistra. Lo conosciamo il ritornello: giro giro tondo, casca il mondo. Occhio, ragazzi: qui finiamo tutti giù per terra.

formia

Luca Di Ciaccio • 26 marzo 2008


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