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Provincia di Fonopoli

A pochi giorni dal ballottaggio per le elezioni comunali di Roma scendono in campo le utopie. Se Mario Capanna in nome, e forse pure per conto, di quei formidabili anni del Sessantotto dice che vedere Gianni Alemanno con la sua croce celtica al collo sulla cima del Campidoglio non gli dispiacerebbe affatto, allora un professionista della canzone come Renato Zero si schiera a favore del candidato di centrosinistra Francesco Rutelli nella speranza che solo la sinistra potrà mandare in porto il suo grande sogno di Fonopoli. Ebbene in questa campagna elettorale romana angustiata dagli stupratori romeni da scovare in ogni angolo e dal ginocchio rotto di Totti da omaggiare in ospedale, l’irruzione – a sorpresa, quasi contrapposta – del Sessantotto e di Fonopoli ci riporta per un attimo nel cielo degli immaginari, nelle praterie periferiche dei grandi sogni. Del Sessantotto un po’ invidiato e un po’ compatito ai nostri genitori tanto si è detto, e troppo ancora si dirà. Ma per noialtri più giovani, ma che tuttavia siamo stati sorcini pure solo per un paio di minuti, Fonopoli è la più suggestiva città mitologica mai concepita da mente umana, quasi al pari di Atlantide, Macondo, Christiania o della mai edificata Mussolinia. Fonopoli, grazie al suo ideatore Renato Zero, “filatropo travestito da Pierrot”, deve infatti alla propria inesistenza la sua leggenda imbattibile, quasi meglio di un fantasma.

Dovrebbe trattarsi di una specie di cittadella destinata allo studio e alla pratica della musica, della danza, del teatro, dove cantare e ballare, educandosi alle migliori emozioni pop. Saranno vent’anni, forse più, che il suo propugnatore va ripetendo che Roma ha assoluto bisogno di un luogo chiamato Fonopoli. Nel frattempo la nascita del famoso Auditorium coi “bagarozzi” di Renzo Piano ma pure il proliferare delle accademie per la meglio gioventù telegenica stile Amici della De Filippi hanno reso un po’ sorpassata l’idea originaria. Il progetto ha subito molte battute d’arresto, rimarcate da Zero con la veemenza dell’uomo solo in lotta contro i malvagi e gli ignoranti. Ciò nonostante dillo oggi, dillo domani, un po’ a tutti è sembrato di vederla veramente la sagoma di Fonopoli, tra le gru di qualche cantiere in costruzione. Anni fa, nella mia prima adolescenza, molto prima di trasferirmi a Roma, ho un vago ricordo di un Renato Zero che, forse in una programma della Carrà, cantava e saltellava gioioso sotto la pioggia su un terreno fangoso della Magliana, annunciando gioiosamente l’imminente costruzione di ‘sta benedetta Fonopoli. “Dedico questa vittoria – disse una volta – ai ragazzi di periferia come me, ai borgatari, ai coattoni”. Tutto il resto, cioè l’arrivo delle maestranze, sembrava pure allora un dettaglio secondario.

Come ha scritto Fulvio Abbate nella sua guida non conformista su Roma, a tutti noi piace restare attaccati a “quello sempre vestito da Pierrot armato di cuscino che accusa i politici di non rispettare la poesia”. Come pure i sessantottini sapranno, spesso l’arrivo della realtà coincide con la fine del vero sogno. E tante volte è dura la vita anche per i politici – eh già, pure loro – ognuno ogni giorno costretto a raccontare la favola sua. Tuttavia, chiunque vinca, braccialetti anti-violenza permettendo, ne sono certo: “Roma si troverà presto in provincia di Fonopoli”.

fonopoli

Luca Di Ciaccio • 23 aprile 2008


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