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Una nazione piccola così

Stamattina andando a comprare il giornale guardavo una nuvola di polline dirigersi verso di me. Mi aspettavo di leggere qualche articolo sulla memoria, sulle cose condivise che esse sole creano una nazione. Invece niente. La memoria è un nemico, ti fa convivere con il passato, tuo e degli altri. Per sconfiggerla ci vuole coraggio. Per assumersi ogni responsabilità. Per non spacciare coerenza giocando con le parole. La liberazione, invece, è una bella parola. Ogni giorno è buono per liberarsi, e non solo dagli eserciti invasori che ormai da noi non vengono più. Magari dalle nostre stesse paure croniche, dai criminali che rubano terre e vite, dagli inguaribili strilloni pronti a inseguire le mode, dagli abusi di potere, dagli orticelli da proteggere.

Ci sono guerre che assomigliano a una questione privata, fatta di nomi propri, paesini, ed eroi piccoli piccoli che quasi non sembrano tali. Ci sono medaglie, come scriveva Ingeborg Bachman, che vengono conferite “per la diserzione dalle bandiere, per il valore di fronte all’amico, per il tradimento di segreti obbrobriosi oppure solamente per l’inosservanza di tutti gli ordini”. In realtà se soltanto fossi in grado di capire cosa effettivamente mi fa bene, in questa mattina festiva di fine aprile di un altro secolo, già il mio smarrimento se ne andrebbe lontano a fare un giro. Se sapessi disegnare, questa mattina disegnerei una nazioncina piccola piccola, uno spazio recintato da fiori e da piante di limone, un luogo silenzioso fatto dalle memorie di mia nonna, e ci sarebbe anche un tavolino con una brocca di vino e del pane per accogliere gli ospiti, davanti a un mare in cui bagnarmi le gambe, e darei il passaporto di questa nazioncina a quel bimbo del mio nipotino e a chiunque volesse sedersi per un po’.

25 aprile

Luca Di Ciaccio • 25 aprile 2008


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